Vogliamo Tutto di Nanni Balestrini

Vogliamo tutto è innanzitutto un documento politico. Il suo merito principale è anzi proprio questo: non essere uno sfogo esistenziale, un’analisi sociologica, un approccio individuale a un’esperienza estranea, ma la cronaca di una lotta scritta da un militante di un’organizzazione politica, Potere operaio. (…) Discutibile politicamente e culturalmente è, con molta probabilità il primo libro vero, pubblicato in Italia, sugli operai. (Luciana Castellina)

“E io veramente avevo capito una cosa. Che col lavoro uno può soltanto vivere. Ma vivere male da operaio da sfruttato. Gli viene portato via il tempo libero della sua giornata tutta la sua energia. Deve mangiare male. Viene costretto a alzarsi a delle ore impossibili secondo in che reparto sta o che lavoro fa. Avevo capito che il lavoro è sfruttamento e basta”. “Vogliamo tutto”

“Vogliamo tutto”, secondo romanzo di Nanni Balestrini, è la storia di un giovane meridionale emigrato al nord per trovare lavoro nell’industria, Brescia Milano ed infine Torino, destinazione Fiat, anno 1969.

Dall’adolescenza in provincia di Salerno, dai primi lavori in campagna e nei cantieri edili, lo stesso protagonista ci guida attraverso una storia che non è soltanto sua, ma di una buona fetta di nazione, costretta negli anni Sessanta a trasferirsi al nord per (soprav)vivere, tra catene di montaggio disumane e catapecchie dagli affitti insostenibili (“Andare al nord a fare lo sviluppo. Perché a loro su gli serviva il nostro sottosviluppo per farlo”). Una situazione di malcontento che pian piano si accumula fino ad esplodere il famoso 3 luglio 1969 in pieno Corso Traiano a Torino, una città in guerra, dopo 50 giorni di sciopero ad oltranza il cui scopo non era un misero aumento di 20 lire in busta paga, ma la vera e propria distruzione dei padroni e del sistema. “Vogliamo tutto e subito”, “Potere operaio”, “Lotta Continua” i motti e gli slogan che si potevano leggere nei volantini e nelle riviste distribuite all’ingresso di Mirafiori, delle altre fabbriche e, non ultimo, nelle università. Perchè un ruolo importante l’hanno giocato gli studenti, prima malvisti dagli stessi operai poi accettati come alleati, sempre in un rapporto di amore-odio. E ancora le critiche ai sindacati, visti alla stregua di schiavi, lecchini dei padroni, ai partiti, tutti uguali tra loro, favorevoli solo ai propri interessi e al massimo fautori di cambiamenti lenti e invisibili inconcepibili per i lavoratori, disposti a una rivoluzione vera e propria; i confronti tra le città del nord, fredde, piene di smog, luoghi dove si possono vedere soggetti di tutti i tipi ma dove è impossibile conoscere qualcuno veramente (e infatti l’unico modo di farsi conoscenze, amicizie, il protagonista lo trova nella rivoluzione operaia) e il sud, povero, sottosviluppato ma in fondo libero; l’inutilità e le ingiustizie della scuola, vera e triste anticipazione della vita a venire, il denaro, mezzo imprescindibile in questa società (“Cominciavo a capire qualcosa mi sembrava. E allora scoprii subito una cosa fondamentale. Che per vestire bene per mangiare bene per vivere bene ci volevano i soldi”), il consumismo, il senso della vita, le vie di fuga impossibili. Il tutto espresso con le parole di un giovane del sud, che non ha studiato, ma che non per questo non riesce a comprendere la sporcizia che lo circonda. Una scrittura che ricalca il parlato, sgrammaticata spesso, povera di punteggiatura, ricca di inserzioni dialettali e con lesina bestemmie quando servono a rappresentare la frustrazione di un protagonista anonimo, di cui non si sa il nome, ma che anche per questo rappresenta migliaia di persone che quell’estate del 1969 ha combattuto per far valere i propri diritti e i propri sogni. Non solo bel romanzo, ma anche strumento per capire qualcosa di più su quello che è stato il ’69 in Italia.

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