Un Paese che è Cosa Loro.La vicenda dell’ILVA di Taranto ,la voce dei lavoratori comunisti e l’esproprio.

Riportiamo sul nostro blog l’interessante articolo scritto dal compagno Simone Rossi a proposito della vicenda dell’ILVA di Taranto e apparso sul blog di Resistenza Internazionale http://resistenzainternazionale.blogspot.be/. A seguire troverete il comunicato della cellula di fabbrica dei lavoratori di Rifondazione Comunista dell’ILVA che da anni, completamente inascoltati sia dalle istituzioni che dai media, denunciano le situazione che adesso la magistratura sta contestando alla famiglia Riva e al mondo politico pugliese. http://www.rifondazionepuglia.org/site/2012/07/29/sulle-ultime-vicende-allilva-di-taranto/. Per ultimo una riflessione di Giorgio Cremaschi sulla vicenda Taranto, espropriare l’Ilva!

L’esperienza di questo blog e del gruppo alle sue spalle ebbero inizio un anno e mezzo fa con un appello a sostegno degli operai di Mirafiori e del sindacato FIOM, unico a sostenerli nell’opposizione alle condizioni di lavoro imposte dalla dirigenza FIAT. All’epoca molti partiti politici e le istituzioni risposero con indifferenza, o addirittura si schierarono a fianco dell’uomo in maglioncino, motivando la propria posizione con il fatto che avere lavoro è già qualcosa di cui esser grati in tempi di crisi ragion per cui era necessario accettare sacrifici e condizioni inumane pur di tenerlo. Un principio, quello dei sacrifici, che lorsignori non sanno applicare a sé stessi però.

A distanza di quasi diciotto mesi ecco nuovamente i novelli paladini del lavoro all’opera. A Taranto, la magistratura è intervenuta a tutela della salute dei lavoratori e dei cittadini avviando delle indagini sulle attività dello stabilimento siderurgico ILVA, sulla base di dati e prive che mostrerebbero una palese violazione delle norme ambientali e di quelle a difesa della sicurezza sul lavoro. Con ricadute negative sulla salute pubblica dei tarantini e sull’ambiente circostante la città. Dopo aver inizialmente indagato la dirigenza aziendale, all’ILVA è stato imposto il sequestro della produzione, probabilmente interpretato come l’unico modo per bloccare l’attivitá inquinante fino all’avvenuta regolarizzazione degli impianti. In un mondo dove regnasse il buon senso sarebbe un atto dovuto da parte della magistratura a fronte della violazione di una o più leggi; non in Italia. Dopo le prime proteste dei lavoratori, in qualche modo comprensibili, abbiamo assistito ad un attacco contro l’operato della magistratura tarantina, con una veemenza che non vedevamo da tempo; segno che sono stati pestati piedi grossi. Dopo gli interventi di giornalisti sono intervenuti alcuni esponenti di PDL e PD, ormai due facce della medesima medaglia, ed il messianico presidente della Regione Puglia, Vendola. Tutti a difesa dei posti di lavoro, tema che hanno dimostrato di avere sinceramente a cuore sinora, ed a spergiurare che l’azienda inquina meno che in passato e che la proprietà dell’azienda ha piani di risanamento. Sono parole al vento di fronte alle perizie effettuate su richiesta della procura e le immagini registrate dai carabinieri al di fuori dagli stabilimenti, ma che rischiano di sovrastare i fatti nel baccano mediatico scatenato a favore della famiglia Riva, con la nobile scusa di preservare l’impiego di circa ottomila persone.

In questa vicenda i più scomposti sino ad ora si sono dimostrati i membri dell’Esecutivo, i cosiddetti tecnici, acclamati al governo come i salvatori della patria ma di fatto esecutori materiali di un progetto politico per conto terzi. Con buona pace per la separazione dei poteri il Ministro della Giustizia ha richiesto copia degli atti del procedimento; una decisione che rientra nelle prerogative del ministro suona come un monito, un avvertimento in stile mafioso non dissimile dalle ispezioni cui ci abituarono Castelli, Mastella ed Alfano. Del resto il buon esempio arriva dal capo che, mentre è in vacanza, invia due dei suoi picciotti, tali Clini e Passera, a conversare con il procuratore, verosimilmente a presentargli “una proposta che non può rifiutare” come nei film statunitensi su Cosa Nostra. Infine, compostezza e pacatezza si è distinto il sottosegretario Catricalá, quello divenuto a suo tempo famoso come tutore degli interessi (in conflitto) di Berlusconi, affermando, senza tema del ridicolo, che l’Esecutivo avrebbe sollevato un conflitto di attribuzione presso la Corte Costituzionale perché l’intervento della magistratura interferirebbe con la politica industriale del Governo. Tralasciando che servirebbe un rabdomante per trovare uno scampolo di politica industriale tra gli atti dei “tecnici”, sarebbe interessante comprendere perché il Governo abbia messo in campo una strategia industriale che preveda il compimento di reati ambientali e contro la salute pubblica, non tenendo in conto le leggi dello stato.

Se le leggi ad personam di Berlusconi, le politiche dei presunti tecnici, le loro gaffe, le vicende oscure intorno alla presunta trattativa tra Stato e Mafia non sono state sufficienti, la questione dell’ILVA, giocata sul futuro degli operai e dei cittadini tarantini, conferma che quella che una volta era una repubblica democratica, oggi è “Cosa Loro”

COMUNICATO CELLULE DI FABBRICA PRC ILVA DI TARANTO

Come lavoratori dell’Ilva, ancora prima che facenti parte della Cellula di Fabbrica di Rifondazione Comunista, guardiamo con estrema preoccupazione alla situazione che si è venuta a determinare dopo le decisioni che la magistratura ha preso e che noi rispettiamo pienamente, anche perché i lavoratori risultano quelli più pesantemente colpiti dalle conseguenze sanitarie. I magistrati infatti non hanno potuto fare altro che prendere atto di una situazione che non si è generata in mesi o pochi anni, ma che si trascina, quantomeno nelle aule dei tribunali, da almeno un decennio. Non dimentichiamo infatti che i problemi ambientali e sanitari connessi alle cokerie e ai parchi minerali sono esplosi a più riprese e che le soluzioni proposte sono stati accordi di programma che, più che risolvere i problemi alla radice e in modo definitivo, hanno avuto solo il demerito di spostare la fatidica resa dei conti di queste ore nel periodo storico ed economico più difficile e drammatico. La strategia del trovare delle soluzione al livello di compromesso più basso si è rivelata controproducente, perché gli interventi strutturali e radicali per rendere lo stabilimento siderurgico tarantino rispondente a pieno agli standard di rispetto ambientale mantenuti in tutta Europa andavano fatti negli anni dei migliori risultati economici. Come Cellula di Fabbrica di Rifondazione Comunista inoltre abbiamo sempre contestato duramente le decisioni della proprietà di trovare utili scorciatoie, come quando chiedevamo che i 120 milioni di euro spesi per entrare nella cordata Alitalia dovessero essere investiti invece in interventi che andassero nel senso di una radicale ambientalizzazione degli impianti. Riteniamo quindi che la responsabilità della nostra situazione sia da addebitare all’Azienda che non ha mai neanche dato l’impressione di voler affrontare il problema in modo risolutivo, anzi, ha impugnato davanti al Tar parti consistenti della pur blanda AIA (bene ha fatto il governo a revocarla), nonostante che perizie successive commissionate dalla magistratura abbiano nel tempo fotografato una situazione più che allarmante, atteggiamento questo che ha avuto un peso determinante nella decisione finale del GIP. Abbiamo letto nelle parole del procuratore capo Franco Sebastio la volontà di confronto con la proprietà qualora questa dia prova attraverso atti concreti di voler affrontare e risolvere nel più breve tempo possibile tutti i nodi fondamentali per i quali i magistrati hanno disposto il sequestro. E’ con questo spirito che noi sciopereremo il 2 agosto, chiedendo alla proprietà di rendere una parte importante degli utili che i lavoratori e il territorio hanno permesso di fare per rendere la fabbrica finalmente ecocompatibile con la vita e il territorio, così come avviene in tutto il resto d’Europa. Ogni scenario diverso sarebbe una sconfitta autoimposta ed evitabile che genererebbe disperazione in uno scenario già estremamente drammatico e non aiuterebbe neanche il complesso sistema dibonifiche, come Bagnoli insegna.

Cellula di Fabbrica del Partito della Rifondazione Comunista – ILVA Taranto

CREMASCHI SULL’ ILVA

“A fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale” Articolo 43 della Costituzione. Innanzitutto bisogna dire che hanno ragione i giudici. Ad essi casomai si può solo rimproverare il ritardo nelle decisioni, non le decisioni. Quando la nocività produce morti su morti, fuori e dentro la fabbrica, e i bambini di dieci anni del quartiere Tamburi hanno nei polmoni l’equivalente di quaranta sigarette al giorno, la magistratura deve intervenire per fermare il massacro.

Certo se a Taranto non ci fosse stato in campo il colossale fallimento di una politica sindacale egemonizzata da cisl e uil. Se le istituzioni locali, tutte, non avessero avuto un atteggiamento acquiescente e consociativo con l’azienda. Se i governi avessero fatto il loro dovere invece che piegarsi a Riva, il governo Berlusconi concedendo le deroghe sugli adempimenti prescritti dalla legge e il governo Monti, con il suo ridicolo Ministro dell’ambiente, confermandole.

Se l’arroganza di Riva avesse trovato quei contrappesi che sono previsti in un paese realmente democratico, la situazione non sarebbe giunta a questo punto e gli operai non sarebbero di fronte alla scelta se morire di cancro o di fame.

Gli operai dell’Ilva non sono quella plebe ottusa a difesa del padrone che ha presentato la grande informazione. Quella stessa informazione che si è innamorata del ricatto permanente di Marchionne contro chi vuol sperare di lavorare nelle sue fabbriche e che ha scambiato il medioevo per progresso.

Gli operai dell’Ilva han lottato duramente per la salute. Ed è bene ricordare che ognuno dei tanti scioperi a difesa della la vita è stato penalizzato dall’azienda con il taglio del premio, oltre che delle ore perdute. La rappresaglia per chi fa valere i suoi diritti è sempre stata una costante di padron Riva. Dai reparti confino, al regime delle punizioni di massa e dei licenzimenti. Solo pochi anni fa gli operai dell’acciaieria si fermarono per gravi rischi di esplosione nel reparto. Due delegati allora in fiom, furono licenziati in tronco. La fabbrica si ribellò e anche allora i giovani operai occuparono il ponte girevole della città. Fu la magistratura a riammettere con l’articolo 18 i due delegati, difesi da massimiliano del vecchio che oggi difende l’operato dei giudici.

E anche oggi, solo una stampa ancora innamorata della marcia dei 40000 può confondere le acque in modo così scandaloso. Quando in una delle ultime manifestazioni si sono presentati lavoratori con uno striscione contro i giudici, un gruppo di operai l’ha strappato e buttato giù dal ponte. Erano capetti e dirigenti quelli che hanno impedito alle telecamere di riprendere il gruppo dirigente aziendale tradotto in tribunale. Nelle assemblee i dirigenti cisl e uil che hanno proposto la solidarietà al padrone contro la magistratura sono stati sonoramente fischiati. In fabbrica ci sono tanti lavoratori che non vogliono subire il ricatto che contrappone lavoro a salute e diritti. Ma sta al sindacato e alla politica dare ad essi una risposta, invece che crogiolarsi nella propria subalterna impotenza.

Bisogna garantire lavoro e salario agli operai dell’ Ilva e procedere subito al risanamento ambientale . Questo significa che Riva ci deve mettere tutti i soldi che ha. Che sono tanti visto che in un solo anno di profitti si è ripagato il piccolo costo di aver ricevuto l’azienda dallo stato e visto che recentemente ha trovato anche danaro da spendere in Alitalia.

Riva deve pagare tutto. E se continua a menare il can per l’aia come ha fatto in tutti questi anni, allora da un lato ci deve essere, come c’è, la magistratura: Dall’altro il governo dovrebba applicare la Costituzione. L’articolo 43 prevede l’esproprio di una azienda proprio per casi come questo. La politica, compresa quella di sinistra, non faccia come al solito la parte di chi parla d’altro. O Riva paga, o viene espropriato, il resto è quello che ci ha portato al disastro attuale.

Politica Italiana, , Permalink

Leave a Reply