TRA MARX E KEYNES la restaurazione capitalistica e il debito pubblico

tratto da www.contraddizione.it trimestrale di marxismo. Suggeriamo ai compagni e alle compagne interessate a visitare il loro sito e approfittare del loro poderoso archivio e, se volete, a sostenerli con un abbonamento . José Menezes Gomes* Il dibattito sulla divergenza tra Marx e Keynes, deve passare necessariamente per la discussione sulla restaurazione capitalista e sull’indebitamento pubblico, in quanto tali elementi hanno la facoltà di indurre alla riflessione sul ruolo che lo stato capitalistico, nel periodo immediatamente successivo all’e­splosione della crisi, può assumere, tenendo a mente che, per garantire la ripresa dell’accumulazione capitalistica, esso può agire utilizzando il celebre strumento del deficit spending, ossia della spesa in disavanzo. Ciò che verrà posto in evidenza è che, durante una fase di sviluppo capitalistico, la stragrande maggioranza degli economisti sostiene come verità assoluta la legge di Say, per cui il complesso della produzione di merci è in grado di generare una domanda di eguale importo, garantendo l’esistenza di un mercato in grado di autoregolarsi. Solo con la crisi del 1929 e la depressione degli anni ‘30, la teoria keynesiana, il cui fulcro è rappresentato dall’intervento pubblico nel mercato, ha assunto, pressoché unanimemente, il ruolo di poter dirimere le cosiddette imperfezioni del mercato: nei periodi considerati, non a caso, “erano tutti keynesiani”. Il crescente interventismo statale, specialmente per quel che concerne i costi militari, funzionò certamente da stimolo per permettere la fuoriuscita dalla depressione degli anni trenta e, alla stessa maniera, fu in parte alla base dei cosiddetti “gloriosi trenta anni” successivi alla seconda guerra mondiale. Ma proprio questa fase è stata interrotta dal ritorno della crisi del capitale negli anni settanta, dovuto alla contrazione del tasso di accumulazione, che è coinciso con l’annuncio della fine della convertibilità del dollaro (1971), la conseguente accelerazione della crisi fiscale e finanziaria dello stato capitalistico e l’espansione del mercato monetario europeo. La crisi del dollaro, sommata alle difficoltà di gestione del debito pubblico, alla crescente inflazione e alla contrazione dei rendimenti reali dei titoli, ha indotto ad assumere, negli Usa, una politica di alti tassi di interesse, già negli anni ‘80. Tentando, apparentemente, di arginare la crisi capitalistica, ha inizio, così, la cosiddetta fase “neoliberale”. Tale periodo è stato contraddistinto da un aumento vertiginoso dell’attività del capitale fittizio sia sul mercato azionario sia su quello dei titoli del debito pubblico. In tale periodo, tutti gli economisti erano divenuti neoliberali, difendendo le privatizzazioni, la riforma dello stato ed elevando a priorità il pagamento del debito pubblico che, di fatto, si era prepotentemente gonfiato proprio nella fase anteriore. Alla stessa maniera, proprio gli stessi economisti che avevano difeso la deregolamentazione dei mercati finanziari, dopo l’eruzione della crisi nel 2008, l’hanno additata come principale causa di interruzione generalizzata dell’accumulazione di capitale. Alan Greenspan, ex presidente della Federal reserve [Fed], durante la fase aurea del neoliberalismo era considerato alla stregua di un genio della finanza; successivamente fu reputato come uno dei responsabili della riduzione del tasso di profitto avvenuta a seguito dell’esplosione della bolla dei titoli azionari. Quello di attribuire agli operatori della politica monetaria tutte le responsabilità è chiaramente un tentativo di celare le cause reali delle contraddizioni capitalistiche che generano e sono la base della crisi sistemica: si sottraggono così all’a­nalisi economica gli elementi fondamentali del modo di produzione attuale. Pertanto, l’applicazione di tutte le proposte neoliberali, da parte sia degli agenti privati, che di quelli pubblici, del capitale è sfociata nel manifestarsi della crisi nel 2008 con il conseguente intervento statale per salvare dal baratro banche e grandi imprese. In questo momento, quasi tutti si riscoprivano essere keyesiani: persino i più fervidi apologeti del pensiero neoliberale, come Martin Wolf del Financial Times. A marcare indiscutibilmente la distanza tra Marx e Keynes c’è un elemento fondamentale che è la teoria del valore. Essa rende distinti i due approcci, non solo nella determinazione della produzione e della ricchezza, nell’era capitalista, ma anche per la sua appropriazione (arricchimento privato). Il suo ruolo è basilare per la comprensione della legge generale dell’accumulazione capitalistica che sviluppa le contraddizioni principali del modo di produzione attuale. In essa, infatti, è possibile osservare la formazione di due elementi fondamentali: la ricchezza (incremento della concentrazione di capitale, alto livello della composizione organica, volume crescente di capitale ozioso) e la povertà (aumento della sovrappopolazione relativa, riduzione della quota di salario, crescita del sottoproletariato): in altre parole, capitale ozioso seguìto da forza-lavoro liberata (oziosa). Ne è naturale conseguenza l’impossibilità della realizzazione, sotto forma di profitto, della totalità del plusvalore prodotto, così come del suo reinvestimento produttivo. Pertanto, per comprendere la natura della crisi del modo di produzione capitalistico, è necessario conoscere e comprendere la teoria del valore, giacché essa appare nella riduzione del tasso di investimento in quanto conseguenza di una contrazione generalizzata del tasso di profitto medio. La crisi capitalistica è, pertanto, il risultato della incompatibilità tra la necessità di accumulare e la capacità di estrarre una massa sempre crescente di plusvalore. Non è, infatti, possibile ripartire il plusvalore prodotto per un volume superiore a quello che è stato estratto nel processo di produzione. Per Keynes la crisi capitalistica verrebbe risolta dall’aumento del consumo, e, in particolare, da un incremento della spesa pubblica. In altri termini, lo stato sarebbe obbligato a ricorrere all’aumento del debito pubblico per ristabilire le condizioni per la riproduzione del capitale: spetterebbe allo stato, quindi, promuovere grandi opere pubbliche (strade, ponti, generazione e distribuzione di energia, edilizia, così come investimenti in sanità educazione e sicurezza ecc.). L’aumento della spesa pubblica come forma adeguata a ristabilire le condizioni della domanda pagante, fu proprio la risposta keynesiana alla depressione degli anni trenta: la fase espansiva dei “trenta anni gloriosi” è stata trainata, almeno in parte, dalla guerra fredda e dalla corsa agli armamenti. Keynes, in sostanza, sot­tolineava l’importanza dell’investitore pubblico ma, d’altra parte, vedeva nella proprietà privata e nella libera iniziativa economica gli elementi fondamentali della sua concezione di società: in altri termini era critico del pensiero liberale ma non della società capitalistica. L’avvicinamento della seconda guerra mondiale trasformò il new deal di Roosevelt, soprattutto per la sua natura sociale interna, in un war deal, ossia il nuovo accordo del governo Usa con i capitalisti locali a favore della conduzione della guerra: ma questa volta senza capitale proprio, bensì con quello pubblico. I costi militari e la statalizzazione di grande parte di tale settore stimolarono una crescita, in appena sei anni, del 105% del Pil. Questa modalità di intervento non solo sterilizzò una parte degli effetti della grande depressione, ma creò i presupposti per l’egemonia statunitense e della sua valuta che si sarebbe concretizzata nel secondo dopoguerra. Pertanto, il ristabilimento delle condizioni di accumulazione contribuì ad elevare le politiche keynesiane a fattori determinanti di tale nuova espansione: si andava così formando l’idea che quella di Keynes garantiva una crescita permanente. E come in questo periodo tutti divennero keynesiani, con la stessa rapidità, gli stessi divennero anti-keynesiani già negli anni ottanta. Di conseguenza, l’idea di superamento positivo del capitalismo, fu trasformata nella proposta di collaborazione tra le classi, portata avanti anche dalla socialdemocrazia nei paesi imperialistici. Non si parlava più di proprietà privata, bensì di partecipazione al prodotto del lavoro. Tuttavia, proprio mentre continuavano a prendere vigore i trenta anni gloriosi, nasceva, a Londra, nel 1958, al fine di permettere una ricostruzione europea, il sistema monetario internazionale che, di fatto, fu l’embrione della grande pletora mondiale di capitale monetario giunta sino ai nostri giorni. I limiti della politica keynesiana, sono imposti quindi dalla naturale caduta del tasso di profitto, dalla impossibilità di realizzare la totalità del plusvalore prodotto e, quindi, dalla incapacità di reinvestire il profitto. In altre parole, l’accumu­lazione di capitale, per essere tale, necessita di un alto tasso di profitto, e quindi del fatto che il plusvalore sia prodotto e poi venga reinvestito una volta trasformatosi nella sua forma monetaria. Quindi, in fasi di crisi, secondo tale approccio, il reinvestimento produttivo presuppone l’intervento dello stato che supera negativamente il carattere parassitario della proprietà privata ricreando le condizioni per un investimento privato. Tuttavia, nel momento appena successivo, il plusvalore realizzato non trova sbocchi produttivi e ciò non fa altro che nutrire ancor di più la pletora di capitale inattivo alla ricerca di una remunerazione sul mercato dei titoli: quindi, il mancato reinvestimento produttivo della ricchezza appropriata aggrava ancor di più le contraddizioni del capitalismo. Il fatto stesso che la soluzione keynesiana sia una falsa via d’uscita, viene confermato ad ogni tappa della crisi, poiché ne amplifica le dimensioni, aumentando, peraltro, quelle dell’indebitamento pubblico. Per questa ragione è necessario costruire una prospettiva proiettata oltre i limiti del modo di produzione attuale, giacché le esperienze “alternative” interne all’orizzonte capitalistico espresse dai vari fronti popolari, non solo sono state fallimentari nel rispondere alle esigenze della classe subalterna, ma hanno persino accelerato il processo di cooptazione di militanti e di entità che rappresentavano i lavoratori, promuovendo la collaborazione di classe. Non si tratta di steccati imposti dall’ideologia keynesiana, bensì dei confini imposti dallo stato capitalista per stabilire le condizioni in cui la proprietà privata e l’accumulazione di capitale costruiscano le basi fondamentali della propria sostenibilità. Tali limiti furono ben chiari storicamente quando il new deal divenne strumento di contenimento della depressione degli anni trenta.     Il fallimento delle politiche keynesiane   Tentando di comprendere la natura della politica keynesiana, Paul Mattick [Marx y Keynes: los limites de la economía mixta. Era, México 1975] ne dimostrò il suo carattere sostanzialmente liberale, facendo emergere i limiti di tale teoria, soprattutto per i lavoratori. Fu veemente la sua critica delle idee keynesiane nella concezione della sinistra europea, formatasi a partire dal marxismo, proprio perché, col passare del tempo il pensiero keynesiano sostituì la teoria del valore di Marx, elemento propedeutico per comprendere l’origine e la dinamica dell’accumulazione capitalista. Tale iniziativa ha tentato di coprire il carattere di classe che è connaturato alla produzione e alla distribuzione del plusvalore risultante dallo sfruttamento della forza-lavoro, giungendo così a legittimare la proprietà privata. Appena conclusa la scalata al governo, questa “sinistra” ha, infatti, finito per far propria la politica economica più favorevole al capitale fittizio, organizzando il bilancio in modo da creare le condizioni per il pagamento del debito pubblico, spostando così le risorse originariamente destinate alle spese sociali su tale capitolo e, contemporaneamente, accelerando il processo di privatizzazione dei servizi pubblici. In questa maniera la socialdemocrazia faceva proprio l’elemento essenziale dell’ortodossia della Banca mondiale e del Fmi: ricerca dell’equilibrio fiscale come condizione per riprendere ad accumulare. Il presupposto keynesiano, per cui la crescita della spesa pubblica potrebbe implicare automaticamente l’aumento degli investimenti e dell’occupazione (che, a sua volta, ristabilirebbe il livello di domanda pagante, permettendo la riproduzione del capitale privato) è fallace perché l’aumento del disavanzo pubblico come leva dello sviluppo capitalistico produce ovviamente elevato debito, il quale, subito dopo, spinge il tasso di interesse verso l’alto, inducendo parte del capitale privato a effettuare investimenti speculativi: ciò altro non significa che la politica keynesiana è l’embrione di una nuova fase di sciacallaggio. L’esito temporaneamente positivo di tali politiche ha dato origine alla convinzione che, finalmente, si era trovato un modo per affrontare, in maniera definitiva, le contraddizioni capitalistiche, dissolvendo così le velleità rivoluzionarie. Tuttavia, si trattava di una falsa soluzione: presto si scoprì che il debito pubblico, punto di partenza dell’espansione, divenne un nuovo impedimento per l’investi­mento privato, giacché la necessità di provvedere alla sua gestione, finì per aumentare i tassi di interesse, a fronte di una caduta del tasso di profitto. Pertanto, l’intervento pubblico, che in prima battuta aveva aperto il cammino per ristabilire l’investimento produttivo privato, successivamente stimolò le manovre del capitale fittizio. Tale iniziativa, ben lontana dal risolvere effettivamente la crisi, ebbe effetti ancor più amplificati negli anni ottanta e novanta quando, specie nei paesi dominati, i tassi di interesse crebbero in maniera formidabile. La crisi che traeva origine a partire dai primi anni settanta fu la dimostrazione del grande fallimento delle politiche keynesiane negli Usa, sia per le forti recessioni del 1974-1976 e 1980-1981 che per l’accelerazione della crisi fiscale e finanziaria dello stato, in generale. Il riapparire della recessione nel 1991 e nel 2001 e l’esplosione delle bolle speculative nel 2000 e nel 2002 a livello mondiale hanno rivelato che la crisi originaria non era stata circoscritta ma addirittura amplificata. Non a caso, sia la politica di Reagan, che aumentò i tassi di interesse negli anni ottanta negli Usa – che l’introduzione del Piano Real in Brasile – ebbero l’effetto di approfondire l’indebitamento pubblico di entrambi gli stati. Il cosiddetto “effetto moltiplicatore” finì per agire massicciamente sul debito e più si pagavano gli interessi di tale debito, più questo aumentava. In sostanza, il crescente indebitamento pubblico dello stato capitalistico nega l’esistenza di un effetto moltiplicativo sulla produzione, a seguito dell’aumento della spesa pubblica. Marx e Keynes propongono due visioni sostanzialmente distinte sul destino del capitalismo. Il primo prospetta il superamento positivo del modo di produzione attuale attraverso l’eliminazione della proprietà privata dei mezzi di produzione (espropriazione degli espropriatóri); l’altro propone, invece, un superamento negativo della proprietà privata con uno stato che assume sempre più funzioni produttive e che ristabilisce le condizioni per il processo di accumulazione. Nei “trenta anni gloriosi” l’espansione si è manifestata in particolare nei paesi industrializzati, basandosi sui costi crescenti addebitabili alla guerra fredda ed alla gestione dello “stato sociale” che tutelava i livelli di occupazione e aumentava il potere di acquisto per mezzo del salario indiretto. Nei paesi dominati, nel frattempo, con un processo di industrializzazione ritardato, permanevano condizioni di alta concentrazione del reddito. Ma dal 1970 iniziò una nuova crisi, il cui esito fu la caduta del tasso di profitto, la crisi fiscale e finanziaria dello stato – con conseguente espansione di un sistema monetario internazionale privato – determinando così una nuova tappa di questo parassitismo. Fino ad allora, le politiche keynesiane erano quasi una verità universale, indipendentemente dalla corrente politica borghese.     L’impatto della crisi del 2008   A seguito di una approfondita procedura di controllo effettuata sui dati della Fed [si veda anche www.correiocidadania.com.br] è emerso che il governo statunitense ha contratto prestiti segreti, per salvare banche e aziende nazionali e non. I principali beneficiari di questi capitali, elargiti tra la fine del 2007 e la metà del 2010, ammontati complessivamente a circa 14.000 mrd $, sono stati Citigroup (maggior beneficiario con 2.500 mrd $), Morgan Stanley, Merrill Lynch, Bank of America, Barclays, Bear Sterns, Goldman Sachs, Royal Bank of Scotland, Jp Morgan Chase, Deutsche Bank, Ubs, Lehman Brothers, Bnp Paribas, sino alla Societé Generale. Di conseguenza i valori azionari delle aziende quotate, a livello mondiale, hanno registrato un rapido recupero tra il 2008 ed il 2010, soffrendo però una sensibile riduzione nel 2011. Tale lesta ripresa è addebitabile proprio alle politiche di salvataggio delle banche avvenuto negli Stati uniti, nel Regno unito, come in Europa, quando i governi locali attraverso l’emissione di nuova moneta (specie gli Usa) o con la monetizzazione del proprio debito, hanno acquistato azioni “spazzatura” (spesso “derivati tossici”) o titoli delle banche in grande difficoltà. Non è quindi un caso che, analizzando i dati della Bri [Banca dei regolamenti internazionali, conosciuta anche con l’acronimo inglese Bis], emerge che l’inde­bitamento interno degli stati sia cresciuto duplicandosi in poco meno di sei anni (dalla fine del 2005 alla metà del 2011 complessivamente si è passati da circa 22 mmrd $ a 41 mmrd $) in quasi tutte le nazioni a capitalismo avanzato [si veda anche Maques e Nakatani, O que é capital fictício e sua crise, 2013]. La crescita del livello del debito ha portato con sé l’inevitabile conseguenza di un appesantimento della quota degli interessi e ha determinato il crollo di molti paesi europei, sfociata in maniera drammatica in particolare tra la fine del 2010 ed il 2012. Se si considera che nello stesso periodo il tasso di crescita del Pil mondiale è stato, a dir poco, limitato, con l’eccezione della Cina, e che il carico tributario non è aumentato proporzionalmente, è facile concludere che questi stati si sono incamminati verso uno scenario di difficilissima gestione del proprio debito. Seb­bene la deflagrazione della crisi nel 2008 abbia contribuito sostanzialmente a tale accelerazione, essa si è inserita su un sentiero che era già in aumento almeno dal 2005. Questa crescita smisurata è stata causata principalmente dai meccanismi utilizzati per il pagamento dei debiti che compromettono sempre più le politiche sociali in tali nazioni: in altre parole, nonostante il modello neoliberale sia entrato in crisi, ciò che abbiamo davanti è invece proprio un attacco costante ai diritti dei lavoratori ed una continua privatizzazione dei servizi pubblici sia nei paesi più avanzati che in quelli meno industrializzati. La crisi mondiale del capitale di fine 2008, e le conseguenti mostruose perdite sul mercato dei titoli, sono state immediatamente seguite, pertanto, da un intervento degli stati capitalistici e l’esito di questa manovra si è concretizzato nell’in­nalzamento ancor maggiore dell’indebitamento pubblico. La Fed è divenuta il primo compratore di titoli del debito pubblico statunitense, acquistandone immediatamente una somma pari a circa 2.300 mrd $, insieme ad altri titoli legati ai mutui subprime; allo stesso tempo ha tagliato i tassi di interesse senza però riuscire nel proprio scopo di contenere gli effetti della crisi. La distruzione del capitale fittizio, del resto, era stata brutale. Durante il solo anno 2008, la capitalizzazione totale delle borse mondiali era crollata da 48,3 mrd $ a 26,1 mrd $. Tra il primo gennaio ed il 31 dicembre del 2008, i principali indici della borsa di New York, il Dow Jones, lo S&P e il Nasdaq si ridussero rispettivamente del 33,8%, del 39,8% e del 40,5%. L’indice Nikkei di Tokio subiva una caduta, molto simile, del 42,1%, così come avvenne per l’Asx 2000, borsa di Sidney (44,1%). Nella zona euro, la riduzione fu ancora più rovinosa, specie in alcune piazze finanziarie: -40,8% a Francoforte (Dax 30), -42,7% a Parigi (Cac 40) e a Milano (Mib 30), -52,3% ad Amsterdam (Aex 25); -53,8% a Bruxelles (Bel 20), mentre l’euro Stoxx 50 perse il 44.3%. In altre zone dell’Europa la tendenza fu la medesima: -31,3% a Londra, -34,8% a Zurigo, fino al -52,8% di Oslo. Anche nei paesi prossimi all’Europa la tendenza fu simile: -52% a Tel Aviv, -52,8% ad Istanbul, sebbene il peggior crollo avvenne a Mosca (-72,7%). Anche nell’Asia “emergente” la caduta fu verticale: -45,4% a Taipei, -48,6% a Singapore, -51,9% a Mumbay. Per quanto possibile, in Cina la situazione fu persino più grave: -61,9% Shenzen e -65,4% alla borsa di Shanghai. Nelle altre piazze finanziarie dell’emisfero sud, ad eccezione dell’indice Bovespa (Brasile) che si allineo sul -42,2%, le altre arginarono le perdite: -24% in Cile, -28% in Sud Africa. La crisi esplosa nel 2008 svelava così la cortina di fumo chiamata “modello neoliberale”, in quanto somme gigantesche di denaro pubblico furono utilizzate proprio per arginare i suoi effetti. Se per lungo tempo fu blaterato che gli stati nazionali non avevano a disposizione risorse per ottemperare alle proprie funzioni sociali basilari, improvvisamente trovarono la possibilità di ricorrere a immensi fondi per salvare sia le banche che il capitale speculativo, continuando, peraltro, a pagare gli interessi del proprio debito pubblico. La crisi, e le sue conseguenze, ha generato quindi una situazione di gravoso indebitamento per i contribuenti: così mentre il neoliberalismo entrava in crisi, ci si trovava dinanzi un approfondimento proprio delle politiche neoliberali. L’elevato indebitamento statunitense ha indotto, già poco dopo il fallimento di Lehman Bros., l’agenzia di rating S&P a ridurre il giudizio di affidabilità sui titoli del debito Usa a lunga scadenza da aaa ad aa+. È stata questa la prima volta nella storia in cui la loro valutazione è giunta ad un livello diverso da quello massimo. In ogni caso, gli effetti di questa manovra si sono rivelati molto limitati giacché gli Stati uniti dispongono di una liquidità finanziaria esterna di dimensioni notevoli, proprio perché il dollaro è una moneta utilizzata per gli scambi internazionali, il che gli consente di essere l’unico paese in grado di pagare il debito emettendo la sua propria moneta. Il Giappone, d’altra parte, per la prima volta dalla fine della seconda guerra mondiale, vedeva il proprio tasso di crescita dimezzarsi: l’Ocse, ricordava come, accanto a queste profonde difficoltà di accumulazione, fosse necessario tenere in considerazione che la terza potenza economica mondiale disponesse del debito più alto al mondo, in relazione al Pil: circa 200%. I paesi dell’area euro, dal canto loro, continuano a navigare in acque agitate non solamente in un’ottica di breve periodo – specialmente la Grecia, seguita da Portogallo e Spagna – ma principalmente per il concreto rischio che, in prospettiva, l’euro possa finire di esistere in quanto moneta unica. Il paese ellenico detiene, infatti, un debito di 206 mrd $ verso le banche, di cui 162 mrd $ sono obbligazioni contratte con capitale europeo (principalmente Francia e Germania), mentre in rapporto al Pil esso si attesta su un livello, in costante crescita, del 150%. È evidente, quindi, che il suo rischio di insolvenza non è un problema limitato all’Europa o all’euro, ma dispone delle potenzialità di inceppare l’intero sistema finanziario internazionale, con inevitabili ripercussioni su tutta l’econo­mia mondiale.     Considerazioni finali Sono passate due decadi sotto il fuoco incrociato del capitale, nella cosiddetta fase neoliberale, in cui gli attacchi ai diritti sociali sono cresciuti immensamente e lo stato capitalistico ha posto come priorità i costi connessi al pagamento del servizio del debito pubblico. In questo periodo i servizi pubblici sono stati prevalentemente privatizzati, nella gran parte delle nazioni, industrializzate e non. Tutte le ricette proposte da Bm e Fmi sono state applicate ma non si sono rivelate essere in grado, comunque, di evitare la fragorosa esplosione della crisi nel 2008. Al contrario, la sua dimensione è stata ingrandita e i suoi effetti sono stati ancor più devastanti per le casse statali giungendo ad un nuovo livello di indebitamento pubblico. In ogni fase della crisi è lo stato, principale attore della politica keynesiana, ad essere più indebitato e quindi più dipendente dagli agenti del capitale che puntano alla riscossione dei propri crediti: non si tratta solo di una crisi della politica keynesiana, ma anche dell’agente statale che gli dà vita. Il fatto più sorprendente è che parte di questo debito non è stato contratto con agenti privati convenzionali, bensì con i fondi pensione che si sono fortemente espansi durante il processo di privatizzazione della previdenza pubblica, componente centrale della riforma dello stato nella fase neoliberale. Al momento, una moratoria del debito pubblico, presumibile in alcuni paesi europei, potrebbe colpire non solo i banchieri, ma anche quella parte dei lavoratori che ha assecondato tali riforme, spostando nel settore della previdenza privata i fondi del proprio salario differito. L’intervento dello stato per garantire gli interessi della borghesia nella tutela delle azioni delle aziende si estende così anche ai fondi pensione. Il ruolo dello stato nello sviluppo capitalistico non è stato fondamentale solamente durante la fase della cosiddetta accumulazione originaria, ma anche nel facilitare propriamente l’accumulazione di capitale, specialmente nella fase mo­nopolista. L’interventismo si è rivelato decisivo nella fase di espansione, divenendo indispensabile per la conquista di nuove aree nella fase imperialista. Tuttavia nei periodi di crisi il suo ruolo diviene ancor più necessario: lo stato borghese non deve limitarsi alla difesa giuridica della proprietà privata, ma deve ricreare le condizioni per l’accumulazione di capitale. In tutte queste fasi, il principale risultato dell’intervento statale è stato quello dell’allargamento dell’indebitamento pubblico. La crisi oggettiva del capitalismo non è stata però accompagnata da una crisi soggettiva: nei governi neoliberali sono entrati anche fronti popolari che, una volta al potere, hanno ulteriormente dato impulso a riforme e privatizzazioni. È necessario interrompere questo circolo vizioso e denunciare quando neoliberali e anti-neoliberali attuano la stessa politica. È per questo importante assumere una prospettiva anticapitalista, comprendendo che le esigenze della classe subordinata possono essere esaudite solamente fuori dai confini del modo di produzione vigente. La crisi attuale e la massiccia operazione di salvataggio di banche e grandi gruppi monopolisti da parte dello stato è stata accompagnata da un crollo verticale dei tassi di interesse in Usa, Giappone, Inghilterra ed alcuni paesi dell’U­nione europea, senza che ciò abbia determinato sensibili ripercussioni sull’atti­vità economica di paesi che rappresentano il 70% del Pil mondiale. Al contrario, i costi sostenuti da questi paesi per contenere la crisi sono stati di gran lunga maggiori rispetto a quelli successivi al 1929 e alla depressione degli anni trenta. Gli effetti sulla ripresa dell’accumulazione sono stati molto limitati: contemporaneamente al salvataggio delle banche, effettuata con denaro pubblico, due milioni di statunitensi hanno perso la propria casa. Parte di questo fenomeno può essere spiegato dall’enorme volume di capitale fittizio esistente già nel 2008 e dal limitato impiego di risorse pubbliche destinate alla generazione di posti di lavoro, benefici sociali e ampliamento dei diritti sociali. Lo stato capitalistico, nell’attuale sua crisi fiscale e finanziaria, sta pagando il peso dei deficit accumulati sin dagli anni trenta, dei costi connessi allo stato sociale garantito nei trenta anni gloriosi e soprattutto di quelli provenienti dal carattere finanziario assunto dopo gli anni ottanta, come effetto della politica degli alti tassi di interesse praticato da Reagan. Lo stato provò a risolvere la crisi iniziata negli anni settanta ma, invece di attenuarla, è riuscito a farla risorgere ogni volta in misura più amplificata, dacché gli stati dominati (e anche quelli dominanti) risultano sempre più indebitati. Pertanto, la comprensione dello stato come strumento di classe è una questione fondamentale per la comprensione delle scelte di politica economica. Il neoliberalismo ha rappresentato una strada per tentare una fuoriuscita dalla crisi, che è fallita, senza che però si sia sedimentata una alternativa tra i lavoratori. Se nel superamento della recessione degli anni trenta fu implementata una regolamentazione finanziaria, aumento dei diritti sociali, ciò che rimane oggi è una nuova stagione di attacchi ai servizi pubblici e, ancor di più, ai diritti dei lavoratori come forma di riduzione dei costi del settore pubblico con la finalità sociale di aumentare il trasferimento di fondi per pagare il servizio del debito. In Grecia, i salari dei dipendenti pubblici si è ridotto drammaticamente ed è all’or­dine del giorno la discussione del licenziamento di centinaia di migliaia di loro; a questo va aggiunta la riforma della previdenza e del settore pubblico in generale. In sostanza, durante la crisi del neoliberalismo si pretende di implementare ... ancor più liberalismo. È di fondamentale importanza evidenziare come questa crisi sia frutto del to­yotismo, nuova modalità di controllo padronale, sostenuta dall’emergere e dalla generalizzazione di uno standard tecnologico che sembrava non imporre limiti alle forze produttive, unendo macchinari e tecniche ultramoderne con rapporti di lavoro basati sul prolungamento della giornata lavorativa e ampia deregolamentazione di diritti. Tutto ciò è stato messo a disposizione dell’accu­mulazione del capitale e il risultato è stato un’amplificazione delle contraddizioni della produzione capitalistica (sovrapproduzione) e un nuovo ampliamento della crisi fiscale e finanziaria dello stato capitalista. Quanto più si sviluppa l’accumula­zione di capitale, tanto più diventano acute le proprie contraddizioni e più costoso ed inefficace si rivela essere l’intervento statale. Dal punto di vista della classe subordinata, la restaurazione capitalista, anche se può implicare la possibilità immediata di vendere la propria forza-lavoro, tende a perpetuare il naturale processo di sfruttamento. Inoltre, l’aumento del­l’indebitamento pubblico come risultato del deficit spending statale implica una prospettiva con meno servizi pubblici e diritti: in altre parole, quella della restaurazione non è un’opzione valida per i lavoratori. Nella ricerca di un’alternativa perseguibile, l’indipendenza di classe è un punto di partenza fondamentale per l’organizzazione sia del partito politico che del sindacato. In questa stessa direzione la lotta dei lavoratori deve tenere a riferimento l’internazionalismo. Attraverso la mobilitazione dei lavoratori è opportuno redigere un manifesto effettivamente utile ad una transizione: è necessario elaborare un programma di lotta che incorpori tutti i diritti scippati dal capitale nella fase neoliberale e ampliare la piattaforma di rivendicazioni che serva a mostrare i limiti dello stato capitalista nel soddisfacimento delle esigenze della classe subordinata. Da questo punto di vista è di primaria importanza mettere in discussione il pagamento del debito pubblico e lavorare per far nascere un grande movimento internazionale che abbia l’obiettivo di pagare il debito sociale e non già quello dello stato.


* José Menezes Gomes, altre volte già collaboratore della rivista, è professore di economia politica presso l’Università federale dell’Alagoas, Brasile (Ufal). Come si può evincere dal testo presentato, l’autore individua, col termine “neoliberalismo” il periodo contraddistinto da ondate di privatizzazioni e conseguente limitazione del ruolo dello stato nell’economia. Pur non condividendo pienamente la necessità di procedere ad una specifica denominazione di tale fase, che reputiamo di ordinaria gestione capitalistica, e pertanto qualitativamente non dissimile dalle precedenti, ci sembra opportuno riportare il presente contributo nella sua forma originale, in quanto ha il merito di interpretare in maniera puntuale l’evoluzione della crisi e la contemporanea strumentalizzazione opportunistica del keynesismo come falsa via d’uscita per permettere nuove opportunità di accumulazione.
 
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