Pratiche sociali e Rivoluzione attiva. La politica che serve (alla classe)?

di Francesco Piobbichi

Impegnarsi nella costruzione del conflitto sociale e nella costruzione di pratiche mutualistiche utili a resistere all’attacco al lavoro e ai diritti sociali. Impegnarsi nella costruzione del conflitto sociale e nella costruzione di pratiche mutualistiche utili a resistere all’attacco al lavoro e ai diritti sociali. Noi dobbiamo costruire una nuova politica di sinistra basata sull’autorganizzazione dei soggetti sociali su tutti i terreni – sociale, culturale e politico – e su una matura critica delle politiche neoliberiste. A tal fine è decisivo collocare il partito all’interno dei conflitti sociali operando per la loro estensione e per il loro coordinamento. Parto da questo passaggio, votato nell’ultimo documento dalla direzione nazionale, per rimettere al centro della nostra riflessione il tema del “partito come classe” di Marx, ovvero quello di un modello di “partito” interno al soggetto “sociale”, che diviene strumento per l’auto emancipazione collettiva delle classi popolari, in grado di coniugare forme di resistenza sociale e di iniziativa politica. Lo faccio perché sento la necessità, dopo anni di lavoro in questo campo, di aprire una discussione pubblica, interna ed esterna, al nostro partito, tentando di valutare i punti di forza e di debolezza delle cose fatte fino ad oggi. Queste pagine, scritte dopo l’intervento del terremoto in Emilia, sono infatti rivolte principalmente al PRC ed ai suoi militanti, ma si rivolgono anche ai tanti che con il PRC e con i suoi militanti fanno pratiche sociali in comune.
Crisi e conflitti senza movimento La questione dalla quale parto è che questo modello di lavoro politico, in cui i compagni del PRC hanno operato attraverso le pratiche sociali, non si è sviluppata in maniera lineare e verticale come avevamo ipotizzato. Aver pensato allo sviluppo di questo processo dentro le pratiche di resistenza sociale e nei conflitti, ha determinato di fatto uno spostamento teorico e pratico del nostro modello d’intervento rendendolo molto fluido e reticolare. Siamo stati costretti a doverci misurare con “conflitti sociali senza movimento”, spesso isolati tra loro, con rivendicazioni che pur agendo sul piano classico dello scontro capitale-lavoro non hanno determinato una rivendicazione ricompositiva sul piano politico generale. Alla crisi del capitalismo e al feroce processo di ristrutturazione operato dalle classi dominanti non si è contrapposta nel nostro paese la crescita di un movimento anti-sistemico.
Pratiche sociali VS distruzione creatrice Penso che l’intuizione avuta qualche anno fa, consistente nell’ipotesi di costruzione di un modello di partito differente dai partiti senza società di cui parlava Ferraris, vada letta dentro e contro il processo di “distruzione creatrice” che il capitale in crisi fornisce come risposta alla crisi stessa. Utilizzo “forzatamente” questa categoria di pensiero che Schumpeter aveva costruito per descrivere il modo in cui l’economia borghese sostituisce i vecchi modi di produzione e pensiero, promuovendo lo sviluppo di nuovi modelli, distruggendo i vecchi per trasportarla sul piano politico.
Lo faccio perché penso che oggi il capitale abbia raggiunto nella ristrutturazione operata nella crisi uno degli sviluppi più alti del “comando”, riconfigurando l’intero impianto dello stato alla logica del profitto e della competizione liberista come mai era avvenuto nella storia moderna. Lo stato continentale europeo, che si sta delineando nella crisi è uno strumento in mano alle oligarchie finanziarie che hanno utilizzato la paura della crisi, e l’architettura istituzionale europea per solidificarlo. Ha un impianto reazionario, un linguaggio tecnocratico, è liberista per i profitti e per la speculazione ed è socialista per i debiti delle banche private. Afferma la legalità borghese e riempe le galere di poveracci ed i cpt di disoccupati. La transizione lunga del modello europeo si è compiuta quindi in tutto il continente, siamo di fronte ad una sorta di stato capitalistico integrale, un governo finalizzato a liberare il capitale dalle mediazioni ed esercitato solo da organismi irresponsabili.
Lo stato che esce dalla crisi non è più il luogo di mediazione tra classi, ma uno strumento per disciplinare la società già abbondantemente atomizzata alla logica della competizione globale. L’Europa è stata la culla di questa belva, le decisioni dei governi sono state limitate dai vincoli interni ( pareggio di bilancio in costituzione) ed esterni ( Fiscal Compact ). Le politiche economiche sono di fatto sotto controllo di nuove entità sovranazionali come la troika (BCE FMI Commissione Europea). Per il non rispetto dei parametri fissati da Bruxelles si sono addirittura introdotte sanzioni economiche per gli stati inadempienti che appartengono più ad una logica di guerra economica che a rapporti democratici internazionali. La speculazione è stata poi utilizzata scientemente come arma di ricatto per costringere gli stati ad attuare misure di austerity. I parlamenti nazionali hanno dovuto cedere la propria sovranità economica al nuovo stato continentale.
Ridotti gli spazi di democrazia, eliminata la mediazione sociale, la politica ed i partiti politici sono di fatto diventati ferri vecchi, costosi e inutili per il capitale. Così, scandalo dopo scandalo, il qualunquismo diffuso viene mobilitato per fare piazza pulita del vecchio sistema e riscrivere una nuova architettura istituzionale dove gli spazi di democrazia vengono ridotti. La piccola politica di cui parlava Gramsci per codificare il malaffare dei politicanti si presta perfettamente ad essere utilizzata dal sovversivismo tecnocratico delle classi dominanti come alleato perfetto. Monti non è meno populista di altri soggetti, ma è molto più pericoloso dato che non avrebbe problemi ad operare, come lui stesso ha affermato “al di fuori del processo elettorale”. Sia chiaro, se una critica dobbiamo fare su di noi è quella di non aver messo come uno dei punti centrali delle nostre campagne la critica spietata contro l’ammucchiata di politicanti e carrieristi che per anni ha bivaccato sulla pelle dei lavoratori attraverso il finanziamento pubblico dei partiti. Un errore di sottovalutazione che non dobbiamo più ripetere, un banchiere che specula, un padrone che evade, non è differente da un politicante che si abbuffa.
I partiti sono tutti uguali, e diversi da noi. Il lavoro di questi anni -che definirei sperimentale- con cui abbiamo messo in atto pratiche sociali che tendono verso forme di auto-organizzazione, va letto all’interno di questo processo di enorme trasformazione che la crisi sta producendo e che ho brevemente descritto precedentemente. Se la borghesia (transnazionale) può fare a meno dei partiti perché oggi governa direttamente senza più mediazione politica, le classi subalterne non possono resistere o sviluppare iniziativa politica senza organizzazione. Il punto però è che oggi la politica non può più essere semplice manifestazione di retorica, ma intervenire nel vissuto quotidiano del popolo della crisi. La nostra ipotesi iniziale, sviluppata dal Congresso di Chianciano in poi, è stata quella di lavorare per far divenire la nostra organizzazione politica “utile” ai processi di resistenza sociale. Lo abbiamo fatto con coraggio e dedizione, socializzando il partito da un lato, e cercando di politicizzare il sociale dall’altro con percorsi molto eterogenei.
Sul versante della socializzazione del partito
Le pratiche sociali che abbiamo sperimentato sono in continuo sviluppo. Lotta contro il carovita attraverso i GAP, corsi di lingua per migranti, mercatini del libro usato, scuole popolari, interventi nelle emergenze ambientali, casse di resistenza operaia e sportelli sociali. Nonostante questi sforzi permangono nel partito resistenze che vedono questo lavoro come la messa in discussione delle modalità classiche di funzionamento dell’organizzazione . Lo scarto fra il pronunciamento su questo tema dell’ultima direzione nazionale e la realtà dello sviluppo di questi processi nei territori ne è la dimostrazione. Molti organismi regionali e provinciali non hanno ancora prodotto nulla di serio su questo aspetto dopo tre anni di lavoro . In parte capisco queste preoccupazioni, una partito che lavora nelle pratiche e nei conflitti seleziona il suo gruppo dirigente nella verifica concreta dell’esito di questi processi. La logica del “prima fare e poi parlare “ impone elementi di verifica oggettivi e misurabili di volta in volta, ed è uno straordinario strumento di costruzione dei quadri del nostro partito e di selezione. Una cosa differente dalla cooptazione dall’alto verso il basso sulla quale tutti in qualche maniera siamo cresciuti con decine di coltelli conficcati nelle spalle. Se vogliamo proseguire in questo processo di rigenerazione però dobbiamo lavorare senza strumentalizzare questo dibattito come se fosse il risultato di una guerra fra correnti, tra “istituzionalisti e movimentisti” o quant’altro. Avere una rappresentanza istituzionale è un elemento fondante per il nostro partito senza il quale tutto è più complicato. Dobbiamo pensare quindi che questo nostro lavoro è un lavoro per unire il partito e non per dividerlo, per rafforzarlo e non per indebolirlo. Ci serve ago filo e voglia di costruire, occorre mediare, riflettere e valutare di volta in volta. Oggi ci serve innanzitutto ricostruire un livello di fiducia fra compagni che attraversi l’intera organizzazione del partito, rigettando ogni forma di finitudine e rassegnazione, ricostruendo il senso ed il significato della militanza. Siamo all’inizio di un ciclo e non alla fine della storia come volevano farci immaginare, in questo senso la partita per i comunisti è tutta da giocare.
Sul versante della politicizzazione del sociale:
Come ho precedentemente affermato, in questo lavoro non abbiamo operato da soli, abbiamo bensì collaborato con altre soggettività in maniera paritaria, e molti nostri iscritti o simpatizzanti sono entrati soggettivamente dentro processi associativi autonomi dal partito che intervengono sul terreno dell’auto- organizzazione. La politicizzazione del sociale è stato è un percorso durissimo che facciamo controcorrente. Una modalità del fare politica che ha investito anche il nostro modo di concepire la nostra attività di militanti. Queste esperienze hanno avuto un segno costituente per molti di noi, me compreso, aprendo un nuovo spazio pubblico originale che in molti stavano cercando. Molti militanti di sinistra lavorano generosamente da anni in una miriade di associazioni che a vario titolo intervengono nei contesti generati dalla crisi, sempre più spesso però queste associazioni tendono a evitare di pronunciarsi su questioni politiche, hanno un approccio etico ai bisogni sociali, e sono più legate a percorsi di tutela e presa in carico rispetto ai processi che favoriscono l’auto – organizzazione dei soggetti e la loro presa di voce. Sia chiaro, è un lavoro importantissimo che va riconosciuto e rispettato, ma penso sia utile costruire anche un’altra idea di associazionismo di base. Quello che secondo me è mancato e manca oggi in Italia e forse in Europa è un tessuto associativo stabile ed autonomo, con una chiara prospettiva anticapitalista che sia in grado di costruire nella crisi una risposta adeguata in termini organizzativi all’attacco che muove il capitale. Partendo da queste riflessioni in questi anni ci siamo mossi su di uno spazio inedito, una pluralità di pratiche sperimentali ricche di contraddizioni, di tensioni, dove non abbiamo dovuto dare nulla per scontato, ma dove si è espressa, anche in forma potente la capacità di generare percorsi di politicizzazione estremamente significativi che mai avevamo affrontato nel corso della nostra attività politica. E’ questo anche uno straordinario modo di fare inchiesta, conricerca “con e per” i soggetti sociali che incontriamo nelle pratiche. In questi spazi che abbiamo attraversato, non mancano le tensioni tra i singoli, tra culture di partito e di movimento, tra modelli verticali ed orizzontali, tra il livello del bisogno sociale e il livello istituzionale. Resta aperto inoltre il nodo del rapporto con il livello sindacale sul tema del lavoro. Tutto si regge in un difficile equilibrio, che muta di volta in volta a seconda del territorio, degli interventi, dei soggetti che partecipano. Penso che la crisi abbia aperto uno spazio enorme per queste pratiche che non sono di nostra esclusiva proprietà e che possono perciò essere acquisite e mutate nel fine politico anche da altri soggetti populisti e reazionari (come avviene oggi in Grecia con Alba Dorata che organizza nei quartieri popolari distribuzione di generi alimentari). Ritengo pertanto che il grosso del lavoro che dobbiamo fare nei prossimi mesi è quello di metterci a disposizione per la costruzione di processi di auto-organizzazione sociale, nei quartieri, nelle lotte, nelle forme di solidarietà attiva che si stanno diffondendo contro la crisi e nelle emergenze. In questo dobbiamo sentirci tutti insufficienti e soprattutto non dobbiamo commettere l’errore che questo partito ha fatto con i social-forum post Genova, lo dico con chiarezza a tutti i nostri militanti. In quel periodo invece di lavorare per l’auto-organizzazione dei soggetti sociali e favorire processi di autonomia siamo diventati parte di uno scontro politicista tra intergruppi che lottavano per l’egemonia negli spazi pubblici del movimenti. Uno scontro tra bandiere che si è concluso con la distruzione di quella esperienza su cui poi la nostra partecipazione al Governo Prodi ha messo una pietra tombale definitiva. Oggi noi dobbiamo lavorare per far crescere i processi che prefigurano concretamente la costruzione quotidiana dell’alternativa di società. Riporto la parte finale di una lettera scritta da un compagno anonimo delle Brigate della solidarietà attiva, che secondo me è utile per la nostra discussione. “La rivoluzione non dev’essere un momento insurrezionale con cui prendere il potere, situato in alto, e modificare la società. Rivoluzione dev’essere invece allargare dal basso le esperienze autogestionarie, contropotere, fino a farle diventare la “società” tutta, la cui gestione dall’alto sarà poi svuotata di significato dal cambiamento strutturale della società stessa.” Sporcandosi le mani di compromessi e di quella realtà troppo spesso distante dai discorsi, dalle teorizzazioni, che si vanno facendo durante tutto l’anno di “militanza politica” all’interno dei movimenti sociali, dei partiti, delle associazioni. “Ogni generazione deve porsi un obiettivo rivoluzionario da essa raggiungibile, non infinitamente distante, fino a diventare utopico.” Le Brigate di Solidarietà Attiva sono giovani ma crescono di lotta in lotta, all’insegna del motto “prima fare poi parlare”. E la cosa migliore è che non è un marchio registrato, ma una pratica. Usatela, con qualsiasi nome.” Dal mio punto di vista questo lavoro intercetta la crisi del modello di militanza politica della sinistra delineando una nuova forma d’intervento sociale alternativo al volontarismo depoliticizzato che abbiamo visto crescere in questi decenni. Contribuire a costruire e confederare l’iniziativa sociale che si sviluppa come risposta alla crisi, è quindi un lavoro che investe una dimensione organizzativa che ci porta ad incontrare il vissuto di quelle periferie sociali abbandonate da decenni. Se come metodo di lavoro applicassimo il modello assembleare dentro le nostra pratiche sociali, quello della testa un voto, della rotazione degli incarichi, della revoca del mandato, con un elemento di orizzontalità delle scelte questo intervento assumerebbe di per sé un significato costituente, perchè con le pratiche costruiremmo un’altra forma della politica. Parlo di processi che determinano dispositivi democratici e regole certe che tutti devono rispettare. Chi pensa che l’auto-organizzazione è puro spontaneismo non ha capito granché. Tutto quello che facciamo come intervento per politicizzare il sociale ha una funzione legata alla trasformazione della società, ed è a disposizione delle classi popolari.
Dentro le coalizioni sociali senza il cappello il PRC oggi è l’unico soggetto politico di una certa consistenza, per radicamento e diffusione in grado di intercettare il vissuto del popolo della crisi in gran parte del territorio nazionale. Se è vero che in molti pensano a questo processo come tattica elettorale, è altrettanto vero che siamo gli unici ad impegnarci concretamente per ricostruire uno strumento adeguato per la ricostruzione della lotta di classe in questo paese. Se è vero che dobbiamo fare ogni sforzo per rientrare in parlamento, è altrettanto vero che il nostro progetto non si esaurisce in questo passaggio. Noi dobbiamo pertanto pensare ad un partito che sviluppa auto – organizzazione sociale, che diffonde pratiche mutualistiche, conflitto e iniziativa politica nel suo lato esterno evitando come la peste di mettere “il cappello” su questi processi che sono delicati come le farfalle. I due piani di lavoro che ho sopra descritto vanno quindi distinti, quando interveniamo socializzando il partito come ad esempio con i GAP o vendendo arance per sostenere le casse di resistenza dobbiamo rispettare la logica organizzativa interna , il che vuol dire che ogni federazione dovrebbe sforzarsi di avere un responsabile organizzazione e pratiche sociali che coordina questi interventi che facciamo come partito e circoli territoriali.
Quando s’interviene soggettivamente in forme associative, formali ed informali dobbiamo rispettarne la loro autonomia e le loro regole di funzionamento. Se mettiamo il partito sopra i processi di auto – organizzazione facciamo male ad entrambi.
Può succedere inoltre che il PRC e strutture di movimento s’incontrino nelle pratiche sociali e decidano di collaborare insieme . In questo caso, rispettando l’autonomia dei soggetti, penso che l’unico modo di operare è costituire reti per obbiettivo dove si decide con una logica assembleare codificata, sulla base del principio della testa un voto e con la rotazione dei portavoce.
Militanti Cito perchè mi hanno colpito positivamente in questo senso le frasi finali del libro di Franco Milanesi ( Militanti, ed punto rosso) dove l’autore affronta splendidamente il tema del soggetto sociale ed il ruolo dei militanti: …Ricomporre, allora, vuol dire che il soggetto, il nuovo militante politico, diviene mezzo di connessione tra le pratiche di liberazione – dentro cui sta, che determina e per cui si impegna – e un pensiero in grado di osservare oltre esse. Sapere, e dire, che ogni lotta è parziale, che ogni antagonismo non è mai sufficiente e non c’è mai garanzia di purezza o di vittoria: che è sempre necessario in politica immaginare altre possibilità del mondo. Dobbiamo tornare e ritornare su questi snodi, proponendo sempre uscite differenti, reinventando le forme del conflitto, la potenza e il potere, anche l’amico ed il nemico. Comunque, fino a che ci sarà un solo soggetto spinto dal desiderio di modificazione e di impegno militante vi sarà la certezza che la storia umana non è conclusa. Noi dobbiamo essere un partito di militanti che riapre la storia ogni giorno, sempre a disposizione dei processi di auto organizzazione sociale. Un partito radicato e popolare nel suo funzionamento quotidiano, con un programma chiaro che nasce dal “lavoro a caldo” con e per i soggetti sociali che incontriamo nella crisi. Dobbiamo inoltre tendere ad autofinanziare la nostra organizzazione dal punto di vista economico, ed a formarci su ogni livello d’intervento, sia dal punto di vista politico che pratico.
Crisi, ristrutturazione e risposta di classe La riflessione che dobbiamo aprire tra noi, la cui risposta è ancora aperta è perchè dobbiamo lavorare in questa direzione? Per provare a rispondere ad un quesito di questo tipo non posso che partire dal nesso storico tra crisi capitalista, risposte proletarie, e controrivoluzione capitalista. Ed è in questo quadro che sento la necessità di pensare allo sviluppo del modello partito sociale come risposta comunista alla sfida che ci pone oggi il capitale.
In questo penso che Gramsci possa esserci di una certa utilità, prendo pertanto alcuni spunti di riflessione dal lavoro su questo terreno fatto dai compagni del PRC di Lodi: “Gramsci, parallelamente alla teoria Leniniana della fase suprema del capitalismo – scrivono in un loro report – elabora la teoria dell’epoca di crisi organica e un modello di “rapporto di forza” finalizzato alla comprensione e all’abolizione dello stato di cose borghese. “Il Mondo moderno è una scena nella quale l’individuo storico-politico non è l’individuo biologico ma il gruppo sociale e l’azione politica tende a far uscire le moltitudini dalla passività. (Secondo Gramsci, proprio questa azione politica richiede consapevolezza storica, conoscenza del passato e comprensione della dinamica evolutiva del processo capitalistico.) Gruppi, moltitudini, masse sono oggi protagonisti del processo. Per essere protagonista di un reale ed effettuale dramma storico, la volontà politica, volontà soggettiva, dev’essere coscienza operosa della necessità storica: o vi è consapevolezza dell’organicità del movimento storico, o non vi è soggettività politica. La conoscenza storica organica (la conoscenza critica dello stato di cose presente) è necessaria alla costituzione della volontà collettiva in quanto autobiografia, autoriconoscimento del soggetto che si sviluppa in … … una successione di tre gradi: 1. “economico – corporativo” il primo e più elementare, caratterizzato da una limitata autocomprensione e autorganizzazione difensiva dei soggetti in quanto semplici membri di un gruppo lavorativo e/o di una rete relazionale primaria parentale; 2. “economico – sociale” il secondo intermedio nel quale si raggiunge la coscienza della solidarietà di interessi fra tutti i membri dell’insieme di classe al lavoro e nella vita sociale, ma ancora nel campo meramente economico; 3. “politico” il terzo dove ogni ristrettezza corporativa e meramente economica è dissolta a beneficio della prospettiva etico – politica. Quest’ultimo grado fornisce l’immagine di una società coesa e organica, nella quale le diverse soggettività dispongono di una coscienza di sé (in sé e per sé) e dei propri interessi compatibile con l’appartenenza ad una totalità sociale che sta già operando (l’abolizione dello stato di cose presente)”. Le ideologie germinate precedentemente e caratterizzate da un’ottica economico – corporativa – sociale, diventano partito, essendo il partito precisamente il luogo in cui gli elementi della classe come gruppo economico sociale, superano questo momento del loro sviluppo e diventano agenti di attività generali, terreno di elaborazione unitaria, organica e all’altezza delle esigenze di un compiuto sviluppo della totalità sociale.” E’ Gramsci quindi che ci invita all’idea di partito sociale, interno alla classe, che diviene sintesi avanzata, frutto dell’esito storico delle forme di resistenza delle classi subalterne. Un ciclo mai concluso in cui è sempre importante capire come il capitale mosso dalla crisi attacca, e come rispondono le classi subalterne. In questa risposta si colloca l’azione dei comunisti nel qui ed ora, ed è in questa risposta che il PRC deve produrre un’analisi adeguata alla fase mentre riflette del proprio modello organizzativo. Dobbiamo quindi chiederci qual è la forma che il capitale assume oggi nel vivo concreto della crisi. Che tipo di attacco questo sferra ? Che tipo di risposte mettiamo in atto. Noi sappiamo che nel corso della storia la dinamica sociale innescata dalla crisi ha determinato 4 grandi processi di ristrutturazione che riassumo schematicamente:
1. modernizzazione dello Stato assoluto in Stato-nazione liberale (forma borghese originaria) 2. modernizzazione dello Stato-nazione liberale in Stato nazionale democratico bismarkiano (primo periodo di crisi organica, la prima grande depressione) 3. modernizzazione dello Stato-nazione bismarkiano in Stato nazionale democratico keynesiano (secondo periodo di crisi organica, la seconda grande depressione) 4. mutamento dalla forma Stato-nazione democratico keynesiano alla forma nazionalcontinentale reazionaria , ovvero quello che sta avvenendo in questa fase in Europa.
A questi processi, la risposta delle classi subalterne si è modificata a seconda della fase, dei rapporti di forza, della capacità del capitale di frammentare e reprimere i processi di autorganizzazione o di assorbirli e disciplinarli. Si pensi ad esempio al progressivo processo d’inglobamento operato dallo stato Bismarkiano rispetto alle pratiche di auto – organizzazione di classe sviluppate dalle classi subalterne sul finire dell’800. Il terreno della crisi, il decadimento delle reti di protezione sociale del welfare state, il progressivo impoverimento di vasti settori della società, la disoccupazione di massa, dà modo ai comunisti di riaprire assieme ad altre forze processi di resistenza e solidarietà e di iniziativa politica? Secondo me si, a patto che sia l’intero partito a crederci e sviluppare iniziativa su questo terreno che si è aperto.
Se la crisi ci porta a Marx la sua soluzione ci porta a Lenin Oggi oscilliamo troppo spesso in forme di iniziativa politiche retoriche dove l’esito è scontato, e pratiche di autorganizzazione e conflittualità di classe “economico-sociale” (autorganizzazione di “solidarietà/mutualismo” ) che non sono in grado di essere pensate come modello generale di risposta. Siamo cioè posizionati nel versante giusto della barricata, abbiamo una buona analisi e un buon programma, ma non sappiamo bene cosa fare e come rispondere alle cannonate dell’avversario. La ferocia dei tempi che stiamo attraversando impone a tutti noi di produrre un salto di qualità nell’analisi e nel modello organizzativo del nostro partito. Se come scrive Porcaro la Crisi ci riporta a Marx la sua momentanea “soluzione” ci riporta a Lenin. “ Ci riporta cioè alla necessità di mettere le classi, la loro lotta e lo Stato al centro dell’analisi, e di immaginare un’alternativa sociale che non può più essere una correzione di un presente ormai inemendabile e deve piuttosto presentarsi come rottura della situazione data, come proposta di un nuovo e coerente sistema di produzione. Non si può infatti comprendere la forma reazionaria delle risposte date alla crisi (maggiore centralizzazione del capitale, maggior potere dei capitalisti sugli Stati, intensificazione dello sfruttamento e della rapina delle risorse sociali e naturali) se si analizza la realtà solo in termini di “processi oggettivi” e non anche in termini di classi. Non basta parlare di globalizzazione e di crisi se non si indica anche (come si sarebbe espresso il giovane Lenin) quale classe precisamente gestisce l’una e l’altra, quale classe precisamente può opporsi ad una tale gestione, e quale diverso ordine sociale deve essere costruito per rendere efficace una tale opposizione. E’ il fatto che le classi responsabili della crisi restano saldamente al potere a generare le risposte reazionarie; è la maggior presa di queste classi sullo Stato a rendere possibili tali risposte; e sarà solo l’espropriazione di queste classi e la conquista (e trasformazione) dello Stato ad opera delle classi opposte a rendere possibile sia l’inizio di politiche economiche alternative sia l’inizio di un diverso ordine sociale. Riforma dei mercati finanziari, ridefinizione della struttura delle imprese, politiche fiscali espansive, politiche industriali progressive, riconversione sociale ed ambientale della produzione, tutte queste ed altre sensatissime proposte divengono delle semplici amenità o delle scappatoie se sono svincolate dalla denuncia delle classi che le rendono impossibili, dall’individuazione delle classi che, al contrario, potrebbero renderle possibili, dalla definizione dei passi necessari alla conquista dello Stato e della particolare forma che lo Stato deve assumere per poter servire ai nuovi scopi. “L’obiettivo della politica dei movimenti popolari diviene quindi, d’ora in poi, duplice. “ Per Porcaro quindi da una parte deve esserci lo sviluppo delle istituzioni popolari di base, la crescita delle forme di autorganizzazione, dall’altra deve esserci l’azione coordinata, scandita in tappe e fasi, finalizzata alla conquista e alla ridefinizione del potere di Stato.” Da una parte il tempo lineare dell’accumolo di forze, della crescita della soggettività popolare autorganizzata, dall’altra il tempo discontinuo e mutevole dell’intervento nella congiuntura politica.
Pratiche sociali e rivoluzione attiva Agire cooperativo e agire strategico si incontrano nello sviluppo di una organizzazione connettiva tra partito e società . Senza l’uno non c’è l’altro – scrive Porcaro – senza il primo non c’è l’accumulazione delle conoscenze, delle relazioni e delle forze che consentano la conquista e trasformazione dello Stato e della produzione, non ci sono le autonome istituzioni popolari che, restando a distanza dallo Stato, riescano ad influenzarlo e trasformarlo senza però ridurre la politica socialista a statalismo. Senza il secondo non ci sono le risorse politiche, giuridiche ed economiche necessarie per realizzare quella gramsciana “rivoluzione attiva” (da contrapporre alla “rivoluzione passiva” delle classi dominanti) che, sola, può “abolire uno Stato di cose presente” disposto a tutto (anche alle più violente distruzioni ) pur di sopravvivere, e può consentire alle istituzioni popolari di costruire un nuovo ordine sociale e, prima ancora, di sopravvivere alla crisi.
*Membro del CPN del PRC

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