PierPaolo Pasolini

«Occuparsi oggi di Pasolini pensatore politico significa anzitutto ricordarne e ammirarne la preveggenza.

Gli scritti pasoliniani più anticipatori riguardano un periodo, tra il 1968 e il 1975 (anno della tragica morte del poeta-regista), nel quale parve possibile, in termini politici, un cambiamento che, se si fosse verificato, avrebbe reso l’Italia odierna ben diversa dal Paese degradato e decadente che è. Pasolini riteneva quel cambiamento auspicabile, senza però realmente crederlo possibile: la sua preveggenza lo induceva a nutrire sfiducia.

Forse lo scorrere dei decenni e il fatale affievolirsi della combattività lo avrebbero reso meno pessimista. Ma è stato ucciso. E oggi rimane il suo pensiero politico, che va ricostruito a partire dagli anni Cinquanta.

Un pensiero politico, quello pasoliniano, utile anche per comprendere meglio il presente, e da utilizzare come quadro concettuale in base al quale ipotizzare possibili scenari futuri per la sinistra».

Giorgio Galli
Pasolini comunista dissidente. Attualità di un pensiero politico
VIII.
PASOLINI NEL DUEMILA

Alberto Asor Rosa, storico e cattedratico della letteratura italiana, di formazione marxista, aveva pubblicato nel 1965 Scrittori e popolo, saggio su un tema caro proprio a Pasolini. Era stato molto letto in chiave sessantottina, e sembrava collocare Antonio Gramsci più vicino al populismo che al marxismo. Asor Rosa è dunque uno studioso particolarmente attrezzato per valutare Pasolini come pensatore politico. Eppure, dopo aver rilevato che «egli descrive, con gli strumenti propri dell’analisi linguistica, una condizione peculiare, storica e profonda al tempo stesso, della nazione italiana nel suo complesso, e cioè la sua imperfetta e manchevole unità politica, e le crepe sociali non mai rimarginate, da cui essa è stata ed è tradizionalmente contraddistinta» [1], approda a questa conclusione:

«Pasolini accetta fin da allora, fin dai lontani, operosi e tutto sommato “positivi” anni Cinquanta… di sperimentare tutta la durezza del contatto, del confronto, del conflitto, dell’aspra contesa con il mondo. Negli anni Cinquanta in prospettiva ancora positiva: in seguito, in maniera sempre più sconsolata, e poi sempre più disperata, fino alla tragica uscita di scena di vent’anni dopo». [2]
L’uscita di scena non è né sconsolata né disperata, se è quella del saggio per il congresso del Partito radicale. Pone, con “durezza”, i temi attuali, si è visto, sulla possibile immodificabilità dei rapporti sociali e sul ruolo degli intellettuali. Se gli intellettuali non “tradiranno” – è l’ipotesi “positiva” – i rapporti sociali potranno continuare a essere modificabili, come nella storia e, particolarmente, negli ultimi “cento anni”, quando gli intellettuali hanno svolto appieno il loro ruolo critico per annunciare e conquistare diritti civili (saldandosi a comportamenti e movimenti collettivi di masse che cominciano a capire questi diritti, anche se inizialmente non ne sanno).
Questi i giudizi di un altro autorevole prefatore, Alfonso Berardinelli:

«I poveri e i senza potere non aspiravano ad avere più ricchezza e più potere, ma ad essere in tutto e per tutto come la classe dominante, divenuta culturalmente la sola classe esistente. A questi discorsi [di Pasolini] la cultura di sinistra italiana reagì con un’alzata di spalle spesso al limite dell’irrisione. Pasolini scopriva cose risapute e le caricava di enfasi… Era davvero possibile, in buona fede, scoprire solo ora la “tolleranza repressiva”, “l’Uomo a una dimensione” di Marcuse?
[…]
Nonostante lo schematismo concettuale, Scritti corsari resta uno dei rari esempi in Italia di critica intellettuale radicale della società sviluppata. Se non può sostituire da solo una sociologia spregiudicata… è almeno in parte riuscito a salvare l’onore della nostra cultura letteraria… È questa saggistica politica d’emergenza la vera invenzione letteraria degli ultimi anni di Pasolini» [3]
È vero che il suo pensiero politico non può sostituire, «da solo», una «sociologia spregiudicata»; tuttavia è molto di più di un fenomeno letterario che «ha salvato l’onore», o una altrettanto letteraria invenzione di «saggistica politica». Pasolini ha un pensiero politico organico in evoluzione, che è stato grave errore della cultura di sinistra l’aver considerato con superficialità.
Sempre Berardinelli amplia il discorso:

«Non c’è Paese occidentale moderno nel quale la cultura letteraria e filosofica non abbia giudicato male l’avvento della modernità borghese e capitalistica… L’ossessività monotematica e il carattere testamentario di Lettere luterane ha fatto dimenticare che il libro è solo il punto culminante di una lunga serie di attacchi alla modernizzazione che nella nostra letteratura si sono moltiplicati soprattutto dopo il 1955…
In un Paese più civile e libero un libro come Lettere luterane non sarebbe stato scritto. Pasolini parla con la persuasione e l’autorità morale di chi ha la certezza di avere intorno un ceto intellettuale e politico non solo vergognosamente inadeguato ai suoi compiti, ma perfino al di sotto di un livello decente di autocoscienza. Così, uno scrittore “solo in mezzo alla campagna”, si assume il fardello di responsabilità enormi… Deve immaginare e proporre, con paradossali metafore swiftiane, che cosa è moralmente e politicamente necessario fare. È come se Pasolini dovesse surrogare da solo una classe dirigente che non c’e»- [4]
Questo approccio è valido, ma ancora prevalentemente letterario. Pasolini non è l’ultimo dei critici letterari della modernità. Ha un pensiero politico che distingue, si è visto, il “Consumismo” italiano da quello, in generale, della “modernità”, la democrazia italiana da quella, in generale, della modernità. Le sue proposte di ciò che è «politicamente necessario fare» non sono solo «metafore swiftiane» (come il Processo): sono proposte precise (anche se singolari) sulla scuola e sulla tv, riformabili in vista di uno sviluppo che renda l’Italia un poco più civile e un poco più libera (magari avvicinandola alle altre democrazie continentali).
Quanto il ceto intellettuale e politico italiano sia inadeguato a questo modesto riformismo, il primo decennio del Duemila lo conferma ben più del 1975. Ma Pasolini non ha mai pensato di surrogare da solo una classe dirigente che non c’è. Puntava sul ruolo collettivo di intellettuali che non tradissero e sull’ultima generazione della sinistra italiana. Non intendeva scrivere un monito “testamentario”. Non voleva farsi massacrare a Ostia. Si preparava a proporre al congresso del Partito radicale un messaggio di critica, ma anche di implicita speranza.

L’opportunità di far uscire Pasolini dalla dimensione quasi esclusivamente letteraria, per dargli una dimensione propriamente politica, è resa necessaria e urgente dal vuoto culturale, prima ancora che politico, di quanto resta della sinistra italiana. Si potrebbe pensare che l’Italia odierna della cosiddetta Seconda repubblica (cioè la Repubblica berlusconiana) sia diventata quel Paese degradato del quale egli parlava a metà degli anni Settanta.

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