Nostalgia sovietica

Nella consapevolezza del contesto e del tipo di testata che è “Internazionale” segnaliamo questo articolo che è apparso in uno dei numeri di febbraio 2012.

L’articolo tratta un argomento che i media occidentali nascondono o strumentalizzano ma che è un dato reale non solo nella Federazione russa di oggi, ma anche negli altri paesi ex URSS e nella ex-Yugoslavia.

Chi in quei paesi ci ha vissuto, ci vive oppure li ha visitati avendo l’opportunità di parlare direttamente con le persone, ha chiaro che l’immagine che i media occidentali si sono sforzati (e con successo) di dipingere in decenni non corrisponde affatto alla realtà.

L’articolo è reperibile sul sito di internazionale al link:
http://www.internazionale.it/news/pop/2012/02/14/nostalgia-sovietica-2/

Ma lo ricopiamo qui per comodità.


Nostalgia Sovietica

Vadim Nikitin

La prima generazione postcomunista della Russia è diventata adulta senza fare molto per ridurre il suo attaccamento al passato sovietico.

Per la maggior parte dei quattordicenni, il primo anno di liceo è abbastanza mortificante anche senza dover difendere un intero paese. Ma in quanto unico ragazzino russo in una scuola internazionale inglese alla fine degli anni novanta, questo era esattamente quel che ero costretto a fare. Lo spettacolare crollo economico della Russia dopo la fine dell’Unione Sovietica, l’ignominia di aver “perso” la guerra fredda, come si sosteneva in occidente, e l’imbarazzante comportamento pubblico del presidente Boris Eltsin non rendevano più facile il mio compito.

Il mio dramma personale raggiunse l’acme nell’International day del 1998, quando gli studenti dovevano fare un discorso sulla storia dei loro paesi d’origine. Era la mia grande occasione per riabilitare la Russia. Gesticolando come un pazzo, presentai un paese che aveva dato al mondo Lenin e Gagarin, aveva sconfitto la Germania nazista, abbattuto un aereo spia U2 americano nel 1960, finanziato la rivoluzione del terzo mondo e creato un modello economico, politico e sociale alternativo che aveva dato del filo da torcere in tutto il pianeta ai potenti Stati Uniti.

Quando descrissi il 1991 come l’anno in cui “sfortunatamente l’Unione Sovietica è crollata”, l’insegnante – una donna di mezza età – si alzò in piedi, interruppe il mio discorso e concluse bruscamente l’incontro. Visibilmente sconvolta e arrabbiata, mi afferrò per un braccio e bisbigliò roca a un palmo dal mio viso: “L’Unione Sovietica non ha mai fatto niente di buono, e se elogi di nuovo quel sistema malvagio non ti faccio più parlare”. Sentendomi come un vero dissidente sovietico – anche se filosovietico! – cominciai la lezione successiva con una clamorosa denuncia: “La mia presentazione sarà breve perché sono stato censurato. La professoressa Robson non vuole che conosciate la storia del mio paese!”. Quel giorno mi feci più amici che in tutti gli anni delle medie, ma quello che a me sembrava un gesto coraggioso in realtà era una cosa che dopo il 1991 i russi facevano di continuo: riandare ai tempi dell’Unione Sovietica in cerca di consolazione e orgoglio.

La prima generazione postcomunista della Russia è diventata adulta senza fare granché per ridurre il suo attaccamento al passato sovietico, soprattutto per il periodo brezneviano dalla metà degli anni sessanta ai primi anni ottanta. Come ha osservato Leonid Parfënov, un seguitissimo giornalista televisivo , “l’Unione Sovietica non è scomparsa, è la matrice della nostra civiltà di oggi”. Vent’anni dopo la disgregazione dell’Urss, di fatto la Russia è ancora uno stato monopartitico (sono stati in molti a denunciare brogli nelle elezioni parlamentari di dicembre), il primo ministro Vladimir Putin vuole un’unione eurasiatica che riunisca le ex repubbliche sovietiche, e uno dei canali satellitari russi con più abbonati, Nostalghija, trasmette solo vecchi film e perfino repliche dei notiziari sovietici.

Alcuni libri pubblicati di recente riflettono sulla memoria e sul significato dell’Unione Sovietica oggi. C’è un’evoluzione della nostalgia per l’Urss, che da reazione al caos e alle difficoltà materiali si è trasformata in un rimpianto più diffuso e nella ricerca di valori spirituali ed emotivi.

Negli anni novanta, molti occidentali erano perplessi e sdegnati come la professoressa Robson per l’aumento della nostalgia sovietica, perché la imputavano a un presunto desiderio primordiale russo di autoritarismo. In quel clima, qualunque tentativo di spiegare i sentimenti filosovietici con le distruttive politiche economiche di Eltsin e dei suoi consiglieri appoggiati dagli Stati Uniti equivalevano a giustificare gli orrori dello stalinismo. Ma con lo svanire della minaccia della restaurazione comunista (se mai era esistita) e mentre Eltsin cominciava a perdere consensi in Russia e anche in occidente, i principali mezzi di comunicazione americani abbracciarono l’idea del ricordo come balsamo terapeutico, una specie di brodino di pollo per l’anima postcomunista. Però il rapporto dei russi con il loro passato era già cambiato.

Il primo decennio postcomunista aveva lasciato la Russia in rovine. La shock therapyeconomica, l’iperinflazione e la disintegrazione dello stato sociale avevano contribuito a una riduzione precipitosa degli standard di vita e della vita stessa: tra il 1990 e il 1994, la speranza media di vita era scesa da 69 a 65 anni. Mentre il paese era umiliato all’estero dall’espansione della Nato verso est e all’interno dalla povertà e dal sanguinoso pantano della Cecenia, la Russia veniva spartita tra un piccolo gruppo di sedicenti capitalisti, meglio noti come oligarchi, che con l’appoggio di Eltsin orchestrarono una privatizzazione massiccia delle industrie statali più redditizie. Non c’è da stupirsi, quindi, se la definizione del collasso dell’Unione Sovietica proposta da Putin nel 2005 – “la più grande catastrofe geopolitica del novecento” – suscitò ampi consensi nel paese.

Negli anni novanta la simpatia per l’Unione Sovietica era inversamente proporzionale alla popolarità di Eltsin, e questo fa pensare che il rimpianto per il passato riflettesse una critica alle scelte rovinose del suo governo. Mentre standard di vita, salari e sicurezza personale sprofondavano, tutti i sondaggi, uno dopo l’altro, scoprivano una nuova nostalgia per il vecchio regime. Nel 1995, il tasso di disapprovazione per Eltsin (69 per cento) si avvicinava alla percentuale di persone (63 per cento) che valutavano positivamente la loro vecchia vita nell’Unione Sovietica.

Dopo il 2000, quando è diventato presidente, Putin ha avuto una percentuale di consensi pari a quella delle critiche ottenute del suo predecessore. Eppure i dati dei sondaggi sulla nostalgia dell’Urss sono cambiati di poco. Anche se la stabilità e il benessere erano aumentati, e anche se i consensi per il Cremlino di Putin crescevano, il 58 per cento dei russi intervistati nel 2009 dal Pew research center considerava “una grande disgrazia la dissoluzione dell’Unione Sovietica”.

Gli psicologi e alcuni sociologi pensano che la nostalgia sia una reazione emozionale difensiva a situazioni di cambiamento radicale. Ma il sociologo russo Leonid Gudkov, direttore del centro Levada, che conduce regolarmente inchieste sull’opinione pubblica, crede che in Russia sia successo il contrario. Per Gudkov, la transizione dal comunismo è stata caratterizzata dalla continuità, non dalla discontinuità. Lasciando da parte evidenti cambiamenti esteriori, come l’ideologia democratica e capitalista del Cremlino o l’uso di simboli dell’era zarista, l’endoscheletro sovietico – la sua politica autoritaria, le strutture militari e poliziesche e la burocrazia statale – è rimasto in larga misura intatto (ed è perfino cresciuto, nel caso della burocrazia). L’aspetto centrale della continuità con il sistema sovietico, secondo Gudkov, è nella “persona sovietica”, un archetipo che puntella la psicologia e l’identità dei russi di oggi. La nostalgia per l’Urss non potrebbe semplicemente essere lo struggente desiderio di tornare a casa di questa persona sovietica, una sorta di profugo interno?

Dal 1989 al 2004, Jurij Levada, un sociologo molto rispettato e il sondaggista più autorevole della Russia, condusse una serie di inchieste per studiare il carattere nazionale. Dopo la sua morte, nel 2006, il progetto è stato portato avanti dai suoi successori, Gudkov e Boris Dubin. Le loro conclusioni sono state pubblicate nel 2008 nel volume uscito in Russia con il titolo La persona postsovietica e la società civile.

Spiegando perché la democrazia non ha messo radici nella Russia postsovietica, Gudkov non accusa l’estrema diseguaglianza economica o l’autoritarismo del governo negli ultimi vent’anni, ma la persistenza di una mentalità sovietica che si tramanda da generazioni. La dipendenza della persona sovietica dallo stato è “una simbiosi tra repressione e adattamento alla repressione”, una “fede passiva e irreale che le cose andranno meglio”, a cui si accompagna la mancanza di “senso di responsabilità”. La persona sovietica “dà la colpa delle sue condizioni al governo, al capo, all’occidente, a chiunque tranne che a se stessa”, come un archetipo del perenne adolescente. Gudkov sembra attribuire la colpa della cattiva amministrazione e degli abusi democratici ai cittadini. La sua ricostruzione sorvola sui casi in cui le persone hanno cercato di prendere l’iniziativa, per esempio eleggendo liberamente un parlamento nel 1990, solo per vederlo ridotto all’obbedienza dai carri armati del governo di Eltsin nel 1993. Indubbiamente il rafforzamento democratico è stato ostacolato dall’impoverimento di massa e dalla costituzione superpresidenziale di Eltsin almeno quanto da questo insieme di vaghi tratti caratteriali.

Perfino chi critica Gudkov ammette che settant’anni di governo miope, autoritario e intollerante hanno prodotto alcuni dei difetti attribuiti alla persona sovietica. Ma secondo Valentin Tolstykh, filosofo e stretto collaboratore di Gorbaciov, questi difetti possono anche avere un risvolto positivo. Per esempio, scrive Tolstykh, la persona sovietica era protetta e conformista, ma anche fiduciosa, idealista e aperta, qualità che non hanno quasi modo di esprimersi nel brutale sistema capitalistico della Russia di oggi. I tratti essenziali della persona sovietica – collettivismo, internazionalismo e coscienza sociale – sono stati cancellati dall’indifferenza, denuncia Tolstykh. A differenza di quanto appare dal ritratto poco caritatevole di Gudkov, l’esperienza sovietica produsse un tipo di persona straor-dinaria, il cui “concretissimo potenziale è stato stoltamente sperperato e distrutto” dopo il 1991.

Tolstykh non è il solo a pensare che “la vita era più difficile in Unione Sovietica, ma c’era più cuore”, come scrive in rete un commentatore sotto il video della cerimonia di chiusura delle olimpiadi di Mosca del 1980. Un altro commento dice: “Non era il sistema sovietico a piacermi, ma la gente che ci viveva, il senso di qualcosa di vero e genuino che avevamo allora”.
Nel suo studio della vita sovietica e dei russi nell’era di Brežnev, Everything was forever until it was no more (Tutto era per sempre finché non ci fu più), il sociologo Alexei Yurchak, della University of California di Berkeley ed ex cittadino sovietico, scrive: “Un’innegabile componente della nostalgia postsovietica è il rimpianto degli autentici valori umani, dell’etica, dell’amicizia e delle possibilità creative che erano una parte irriducibile della vita quotidiana del tardo socialismo, così come lo erano la noia e l’alienazione”. Yurchak cita un uomo che racconta come “il crollo del comunismo fu anche il crollo di qualcosa di molto personale, innocente e pieno di speranza, dell’appassionata sincerità e genuinità che caratterizzano l’infanzia e la giovinezza”.

Non è un caso se certi aspetti della gioventù e dell’infanzia hanno un ruolo così preminente nella nostalgia sovietica contemporanea e se questa è rivolta non all’era staliniana, ma all’epoca brezneviana (a cui, secondo un sondaggio del 2005, un terzo dei russi vorrebbe tornare). In quel periodo la maggior parte degli autori che abbiamo ricordato, e che oggi hanno tra i cinquanta e i settant’anni, erano giovani anche loro. Si potrebbe perfino sostenere che la nostalgia contemporanea per “l’era della stagnazione”, come fu definita da Gorbaciov, è il rimpianto per l’innocenza della gioventù e per la vita relativamente protetta del tardo socialismo, prima delle sconvolgenti rivelazioni dellaglasnost e del cinismo degli anni novanta, un intenso desiderio sia della vera gioventù sia dell’adolescenza metaforica che Gudkov attribuisce alla mentalità sovietica.

L’estrema diffusione di questi sentimenti può contribuire a spiegare il successo diNamedni (Non molto tempo fa), un grande progetto multimediale del giornalista Leonid Parfënov. La sua statura di superstar, basata su una personalità freddamente ironica e un forte senso di integrità, spiega il resto. Cominciato come una serie televisiva negli anni novanta, il progetto ha prodotto anche dei libri di enorme successo. Nella sua prima versione, Namedni aveva come protagonista Parfënov che raccontava avvenimenti di un certo anno della storia sovietica, a partire dal 1961. Usando filmati d’archivio e la tecnologia del chromakey, come in Forrest Gump, Parfënov inseriva se stesso in contesti storici del passato, apparendo accanto a Nikita Khruscev nel materiale d’archivio o mentre fa la spesa nel primo supermercato sovietico. Con un collage ironico di politica alta, cultura pop e oggetti quotidiani, lo show trattava l’Unione Sovietica come un fenomeno incompiuto e neutrale sul piano dei valori.

Parfënov non denuncia apertamente l’Unione Sovietica, ma non la idealizza neppure. “Molte persone provano tenerezza per il sistema sovietico. Perfino i nostri leader”, ha detto Parfënov in una recente intervista. “E a giudicare da quanto poco è cambiata la Russia moderna, il nostro paese nel suo insieme deve ancora riconoscere il fallimento morale del vecchio regime”.

I libri patinati legati al progetto Namedni sono un calderone di grandi foto a colori, ritagli di stampa, storie e interviste dedicate a ciascun anno del periodo 1961-2005. Il 1962, per esempio, racconta del Nobel assegnato al fisico Lev Landau, dei nuovi contenitori di plastica per il latte, della crisi dei missili a Cuba e del debutto sovietico dell’hula hoop. Il libro è rivolto ai lettori che hanno vissuto in epoca sovietica ma anche a quelli che, come me, erano troppo giovani e vogliono conoscere meglio la generazione dei loro padri.

Anche se costano molto, i libri di Namedni hanno un successo straordinario, e questo rispecchia una tendenza sempre più marcata. Solo nell’ultimo anno, almeno altri tre volumi sulla cultura materiale dell’Urss hanno catturato l’immaginazione popolare, perfino dall’altro lato dell’ex cortina di ferro. Made in Russia, a cura dello scrittore statunitense Michael Idov, sovietico di nascita, raccoglie contributi di autori come Gary Shteyngart ed è una briosa meditazione su autentici pilastri della vita sovietica come il bicchiere telescopico, le macchine fotografiche Lomo e le borse a rete. We lived in the Ussr, di Olga Dydykina, è una sorta di guida dell’Unione Sovietica con centinaia di foto e un dizionario di espressioni dell’epoca. E Cosmic communist constructions photographed di Frédéric Chaubin celebra esempi dimenticati della tarda architettura sovietica. Tutti questi libri hanno in comune un tono che la studiosa statunitense Svetlana Boym, anche lei nata in Russia, ha definito “nostalgia riflessiva”, quella che “indugia sulle rovine, la patina del tempo e della storia, sui sogni di un altro luogo e un altro tempo”.

Ma secondo alcuni russi, questo approccio ironicamente distaccato, materialistico e addirittura quasi archeologico all’Unione Sovietica sminuisce gli aspetti spirituali e sociali del passato sovietico. “Non me ne frega niente del telefono vintage o dei giradischi anni settanta. Non sono queste le cose che ci mancano”, mi ha detto mio padre, 62 anni, quando gli ho chiesto se guardava volentieri Namedni. “Sentiamo la mancanza di com’era la gente, dei sentimenti che avevamo, di com’era la società”. Non è solo la vecchia generazione a pensarla così: anche molti giovani sentono la mancanza dell’Urss, anche se non l’hanno mai conosciuta.

Irina Glušenko, professoressa alla scuola superiore di economia di Mosca, ha chiesto ai suoi studenti di descrivere i loro sentimenti sull’epoca sovietica. Le loro risposte hanno dimostrato che se una volta la nostalgia era una reazione alla povertà e agli sconvolgimenti del postcomunismo, oggi – almeno per una parte della gioventù più istruita e socialmente mobile della Russia – è un antidoto al consumismo e alla mancanza di spiritualità che affliggono i beneficiari della nuova ricchezza del paese.

“I campi dei pionieri, la gioventù comunista, tutta quella gente unita”, scrive uno studente. “Oggi le persone vivono davanti al computer nei loro appartamenti e non conoscono neanche i vicini di casa”. Un altro rimpiange la fine della “calma spiritualità” della vita sovietica. Perfino gli aspetti di quella vita che un tempo erano considerati negativi, come la penuria di beni di consumo, sono reinterpretati come momenti di una vita più semplice e innocente. Gli aspetti più cupi dell’Unione Sovietica, come la censura, la sorveglianza, la repressione e la quasi impossibilità di viaggiare, non trovano spazio nelle risposte degli studenti.

“In questo mondo una persona postsovietica è completamente nuda, sul piano spirituale, materiale e nazionale”, ha detto un diciassettenne a Sergej Ushakin, un antropologo russo che lavora a Princeton e ha scritto The patriotism of despair (Il patriottismo della disperazione), un’analisi dell’identità postsocialista della Russia. “La parziale riabilitazione dell’Unione Sovietica è il tentativo di innestare i valori sovietici nella realtà del capitalismo”, scrive Irina Glušenko. Questa riabilitazione assume forme ufficiali e no, culturali e commerciali, dalla reintroduzione delle mostrine con la stella rossa e della bandiera rossa della vittoria nell’esercito russo al ritorno di imballaggi sovietici per i prodotti di consumo.

Eppure paradossalmente, scrive Glušenko, l’ubiquità di questi simboli ha diluito la sostanza che originariamente costituiva il loro fascino. In effetti, gli oggetti e i rituali popolari resuscitati da Putin – il vecchio inno sovietico, la parata del Giorno della vittoria e perfino Ceburaška, il personaggio dei cartoni animati che oggi è la mascotte della squadra olimpica russa – erano amati non per se stessi ma per il loro forte legame emotivo con i valori sovietici, che fanno a pugni con gli imperativi politici e commerciali dietro questo revival.

Nel suo studio della nostalgia per l’epoca di Tito, il sociologo sloveno Mitja Velikonja parla di una lotta tra nostalgia dall’alto e nostalgia dal basso. La prima comporta la produzione e distribuzione di massa di oggetti simbolici, “una sorta di ingegneria, gestione e marketing della nostalgia”, mentre la seconda definisce la cultura della nostalgia immateriale e non mercificata tra i cittadini comuni, contenuta in storie, ricordi collettivi e atteggiamenti diffusi. In altri termini, “una nostalgia sentita con il cuore”. In Russia nell’ultimo decennio è apparsa una complessa sovrastruttura di nostalgia dall’alto che si è affiancata alla nostalgia dal basso. Mercificati ed estrapolati dal contesto, questi totem in un primo momento sono stati popolari, ma oggi suonano sempre più falsi alle orecchie di persone che sentono comunque un sincero rimpianto per alcuni aspetti della tarda epoca sovietica. Inizialmente Putin può aver ricavato un certo capitale politico dal parlare dei bei tempi dell’Urss, ma questa magia sta svanendo.

Eppure il rifiuto della nostalgia ufficiale non va interpretato come un rifiuto della nostalgia tout court: anche due dei maggiori beneficiari dell’umiliante risultato del partito di governo (Russia unita) alle elezioni parlamentari di dicembre, il Partito comunista e Russia giusta, si presentano come partiti nostalgici (il Partito comunista ha perfino riproposto Stalin sui manifesti).

Anche se molti russi rimangono attaccati all’Unione Sovietica, la relativa costanza di questo affetto oscura gli spostamenti tettonici negli atteggiamenti e nelle dinamiche che lo sostengono. La nostalgia non è più una semplice reazione alla crisi, una denuncia del governo o il lamento disperato di chi è stato lasciato indietro dal nuovo sistema. I nostalgici di oggi possono essere giovani o vecchi, di destra o di sinistra, sostenitori del regime, nazionalisti ostili al regime, liberali e perfino giovani apolitici. Ma la natura del loro rimpianto si è gradualmente allontanata dal desiderio di restaurare l’Urss: questa idea era sostenuta dal 75 per cento degli intervistati in un sondaggio condotto nel dicembre del 2000, ma solo dal 53 per cento in un sondaggio simile del novembre scorso. La nostalgia per l’Unione Sovietica sta diventando più riflessiva, personale e indipendente, e quindi meno soggetta alla manipolazione.

Reintroducendo aspetti e tecniche del regime sovietico, a Putin potrebbe essere sfuggito un punto fondamentale della nostalgia: la gente aspira a rivivere il passato solo quando è sicura che sia definitivamente scomparso.

Vadim Nikitin è un giornalista russo. Questo articolo è uscito su The Nation con il titolo Back in the Ussr.

Traduzione di Gigi Cavallo.

Illustrazione di Olimpia Zagnoli.

Internazionale, numero 935, 10 febbraio 2012

 

Politica estera, , , , , , , , , Permalink

Leave a Reply