Lucio Magri: Se noi parliamo di Rifondazione Comunista

Alla_ricerca_di_un_altro_comunismotratto da www.maurizioacerbo.it In pieno periodo congressuale, risulta interessante rileggere le parole di Lucio Magri, scritte nel 1990 agli albori di Rifondazione Comunista. "Non è comunque il giudizio sul passato il punto principale che decide della possibilità e della utilità del permanere di una forza comunista; ma il giudizio sul presente e sul futuro. Certo la parola comunista ha, nella tradizione del movimento operaio, due significati ben distinti. Per un verso essa stava a indicare la linea di demarcazione stabilita dal leninismo e dalla Rivoluzione d’Ottobre e dunque soprattutto alcuni punti discriminanti: la necessità della rottura rivoluzionaria, il concetto di dittatura proletaria, la statizzazione quasi integrale dei mezzi di produzione, la pianificazione centralizzata, la soppressione del mercato per via amministrativa. In questo senso tale parola risulta tanto logorata dai fatti da non essere oggi difendibile. Ma per un altro verso essa sta a indicare una idea di società, futura ma non utopica, radicalmente liberata dai tratti essenziali del sistema capitalistico e della società classista e mercantile: critica dell’accumulazione e della crescita quantitativa come unico parametro del progresso; critica del profitto e del mercato come meccanismi assolutamente prevalenti dell’economia e del primato dell’economico su ogni altra dimensione sociale, critica della divisione rigida tra lavoro intellettuale e manuale e della sua parcellizzazione, critica dell’individualismo come condizione per affermare un vero dispiegamento della soggettività individuale, critica dello Stato come macchina separata, della divisione tra governanti e governati, tra «borghese» e «cittadino». Se noi parliamo di rifondazione comunista è perché siamo convinti che questo secondo significato della parola non solo conservi un valore ideale, ma anzi proprio ora, e solo ora possa cessare di essere, come è stato, politicamente minoritario, teoricamente immaturo, e possa perciò essere assunto come stimolo di una elaborazione rigorosa e di una politica credibile. Nel contempo siamo convinti che ciò non possa avvenire come un «ritorno alle origini», restaurazione di un’ortodossia sempre trascurata. Marx infatti non solo considerava il comunismo in questo senso come un obiettivo tanto prematuro da non voler e poter formularlo in modo pieno e rigoroso senza diventar un pasticciere dell’avvenire; ma era profondamente persuaso che la rottura rivoluzionaria, temporalmente e concettualmente, si collocava ben prima di quel futuro e sarebbe stata dunque operata da altri protagonisti e per diverse contraddizioni(il blocco delle forze produttive, la polarizzazione semplificata del conflitto capitale-lavoro) ancora tutte interne all’orizzonte della industrializzazione. Le trasformazioni della società attuale, la inattesa complessità del capitalismo maturo, l’unificazione del mondo senza unificazione dei modi concreti di produzione, l’avvio con egemonia capitalistica di una società postindustriale, da un lato danno una maturità nuova a quel concetto di comunismo, ma dall’altro mettono profondamente in crisi la strumentazione analitica che l’accompagnava. Impongono dunque una rifondazione teorica, nuove categorie concettuali, una nuova analisi della realtà. La parola comunista infatti, comunque rivisitata, non ha senso se perde la capacità di indicare un «movimento reale» che cambia lo stato di cose esistenti. Se cioè non si può tuttora dimostrare la ragione non solo di un qualsiasi antagonismo rispetto alla società esistente, ma rispetto ai tratti fondamentali di questo modo di produzione; e se non si può intravedere nello sviluppo stesso di questa società non solo ingiustizia e disagio, ma l’emergere di contraddizioni, soggetti, risorse capaci tendenzialmente di trasformarla e superarla. Anche questo è un lavoro di grande difficoltà e di lungo periodo: perciò al congresso abbiamo parlato, con voluta sobrietà, di «orizzonte comunista», cioè di un tema da tenere aperto, di una prospettiva da non eliminare, non di una prospettiva già adeguata.
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