Grazie Renzi, Grazie PD. Job act. Nel nome della troika si chiude il cerchio. Il lavoro è una merce. A basso costo.

di Dino Greco tratto da www.liberazione.it No, non era affatto un bluff il Job Act di Renzi. Chi ha pensato che si sarebbe trattato di acqua fresca dovrà ricredersi. Quel piano è contro il lavoro o, per meglio dire, contro i lavoratori e contro il loro diritto di coalizione che è la condizione essenziale per difendere dignità e condizioni di vita accettabili. Quanto oggi sappiamo è che la manovra si svolgerà in due tempi. Prima, attraverso un decreto, i padroni incasseranno il regalo che reclamavano da tempo: la possibilità di assumere a tempo determinato, per trentasei mesi, fino al venti per cento dell’intero organico aziendale, senza bisogno di prevedere causali di qualsivoglia tipo. Non solo. In quell’arco di tempo l’azienda potrà reiterare il contratto quante volte vorrà. Ciò significa che un lavoratore potrebbe vedersi rinnovare il contratto di settimana in settimana: tre anni con la lama sul collo, in balia del padrone, della sua volontà, dei suoi umori, dei suoi ricatti. Il secondo intervento, di immediata applicazione, riguarda l’apprendistato, un rapporto di lavoro che la legge in vigore già protrae fino a cinque anni e che è marchiato da una pesantissima decurtazione salariale (la paga base vale il 35% della retribuzione piena) e da una risibile contribuzione. Bene: Renzi vi aggiunge, di suo, che per assumere nuovi apprendisti non sarà più necessario avere prima confermato almeno il 50% di coloro che erano stati assunti in precedenza. Dunque, d’ora in poi, sarà consentito un turn-over illimitato di manodopera giovane, a bassissimo costo, per definizione “usa e getta”. Per sovrapprezzo, “l’obbligo di integrare la formazione di tipo professionalizzante e di mestiere con l’offerta formativa pubblica” diventa un elemento discrezionale. Il resto del “pacco” sarà confezionato attraverso un disegno di legge che conterrà anche l’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori per i nuovi assunti nei primi tre anni, durante i quali, il datore di lavoro che vorrà liberarsi senza “giusta causa” di un lavoratore potrà farlo tranquillamente, non solo senza più rischiare l’obbligo della reintegrazione nel posto di lavoro in ragione di una sentenza della magistratura (a questo avevano già pensato Monti e Fornero), ma senza neppure dovere risarcire il dipendente cacciato elargendogli la mancia di poche mensilità. Poi, passati i tre anni, secondo il Job act l’articolo 18 tornerebbe in auge, ovviamente nella sola forma di lievissimo deterrente economico. La “magnifica riforma” non spiega però cosa accadrebbe nella probabilissima ipotesi che al termine di quei tre anni di moratoria un lavoratore fosse licenziato e trovasse occupazione presso un’altra azienda: tutto lascia pensare che per lui comincerebbe da capo la via crucis e che il suo destino di “paria” senza diritti si protrarrebbe per un tempo illimitato, forse per sempre. Il vantaggio consisterebbe, a questo punto, nel ritorno ad un “contratto unico” (per favore: non ci si permetta di chiamarlo “a tempo indeterminato”, visto che il rapporto di lavoro può essere interrotto in ogni momento dal padrone!). Ma anche questa è una colossale bugia. Perché Renzi non ha nessuna intenzione di cancellare quella norma (introdotta nella legislazione lavorista dall’ultimo governo Berlusconi) che prevede la possibilità di derogare, aziendalmente o territorialmente, dai contratti nazionali e persino da leggi dello Stato, ove questa svendita all’incanto fosse condivisa da sindacati e imprese. La previsione di un “salario minimo legale” non risolve il problema: semmai rende superflua e manda al macero tutta la contrattazione di categoria, congedando i sindacati (di cui il segretario del Pd non vede la necessità) e plafonando verso il basso il lvello delle retribuzioni. Questo è quanto bolle nel pentolone del nuovo uomo della provvidenza: un gigantesco processo di precarizzazione che chiude, abolendola, la stagione del giuslavorismo progressista inaugurato con la legge 300 del 1970. La cosiddetta flessibilità, squarciato il velo dell’ipocrisia, si tramuta, senza più bardature, in ciò che sempre è stata nelle intenzioni dei suoi ideologhi e dei suoi beneficiari: una colossale manomissione del diritto del lavoro e una compiuta riduzione a merce dei prestatori d’opera. L’oligarchia liberista che guida l’Europa ha così trovato nel rottamatore fiorentino un degno interprete del senso più profondo delle politiche di austerity. Se rimanesse un barlume di consapevolezza della strada che è stata intrapresa, il sindacato dovrebbe smettere di commentare tiepidamente ciò che accade. E mettersi di traverso, con tutta la determinazione possibile. Invece si appresta già a proporre palliativi, correzioni ornamentali che non cambiando la rotta la confermano.
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