Graziani. Il macellaio d’Etiopia ha il suo monumento.

Nell’anniversario dell’armistizio firmato l’otto settembre 1943 dall’Italia con gli Alleati, che di fatto apri’ una dura stagione di repressione tedesca nell Italia divisa in due e lasciata a se stessa dai Savoia, vogliamo rilanciare questa notiza che ha dell’incredibile. Nel XXI secolo in Italia erigiamo monumenti ai macellai sanguinari fascisti. Tutto questo nell’ indifferenza generale.

Affile è un piccolo Comune di 1.500 anime, nella provincia romana. Fin qui niente di strano; come non è strano che il sindaco Ercole Viri, che dal 2008 guida una giunta di centrodestra, abbia simpatie per le personalità politiche della destra. Solo che quest’estate è riuscito a scandalizzare l’opinione pubblica internazionale. Nessuno all’estero (in Italia sì) aveva commentato la decisione il 26 maggio 2012 di re – inaugurare un busto (il primo era stato danneggiato) al leader del Movimento Sociale Italiano (MSI) Giorgio Almirante, che mai aveva nascosto la fierezza di essere stato fascista; ma il monumento inaugurato cinque mesi dopo (11 agosto 2012) ha fatto parlare la stampa estera, Daily Telegraph e Bbc in testa, ma anche New York Times e El Paìs. Il perché è presto detto: con denaro pubblico (160.000 euro, precisa il New York Times) si è costruito un mausoleo dedicato al ministro della guerra del regime fascista, il generale Rodolfo Graziani, nato a 18 km da Affile, a Filettino(Frosinone) l’11 agosto 1882 (dove i sindaci di destra hanno trasformato in museo la sua casa natale) e morto a Roma l’11 gennaio 1955 dopo una condanna a 19 anni di carcere. Una scelta che ha suscitato un vespaio di polemiche in Italia, non solo perché rilegittima il fascismo, ma anche (e forse soprattutto) perché celebra chi ha fatto uso scientemente di armi di distruzione di massa provocando migliaia di morti innocenti. E tutto questo sotto la scritta PATRIA ONORE che campeggia sul mausoleo realizzato in collina nel parco di Radimonte: parco che una precedente giunta avrebbe voluto invece riqualificare con quei 160.000 euro.

Chi era Rodolfo Graziani

Era il 1935 quando l’Italia, paese invasore dell’Etiopia, fece bombardare la popolazione locale con l’iprite (gas letale usato per la prima volta dai tedeschi in Belgio nel 1917 a Ypres, da cui il nome). Quei raid aerei portarono il nostro Paese ad essere tra i primi al mondo a utilizzare armi di distruzione di massa e certo i primi ad usarle dal cielo: per la precisione 85 tonnellate di pirite nebulizzate in 5 mesi nell’aria respirata dalla popolazione inerme. Lo stesso gas che gli italiani avevano usato in Libia nel 1930 nel golfo della Sirte. L’iprite è altamente vescicante e, fissandosi nel terreno per settimane, nella migliore delle ipotesi provoca devastanti piaghe difficilmente guaribili, ma in alta concentrazione uccide in soli 10 minuti; penetra qualsiasi tipo di tessuto e può dare la morte anche lentamente, danneggiando il Dna e provocando tumori. Nessuno dopo di noi l’ha più impiegato. Ordinò i bombardamenti aerei all’iprite Ma l’ex seminarista di buona famiglia borghese frosinate Rodolfo Graziani con la passione per la guerra (nel 1918 a 36 anni divenne il colonnello più giovane della storia italiana) si rese anche protagonista di altri atti particolarmente degni di essere ricordato con un monumento pubblico. Il macellaio di Libia, come venne battezzato evidentemente per il suo spirito umanitario, nel 1921 in Libia riuscì a battere la resistenza facendo internare centinaia di migliaia di libici in campi di concentramento appositamente allestiti nel deserto, dove morirono decine di migliaia di prigionieri per la scarsezza di acqua e cibo e per le pessime condizioni igienico- sanitarie. Fu una vera e propria pulizia etnica: tecnica che gli valse nel 1930 la promozione da parte di Mussolini a governatore della Cirenaica. Nel 1935 divenne comandante delle operazioni in Abissinia dove fece uso di bombe aeree dotate di gas asfissianti, sterminando un nemico poco armato, che in alcuni casi difendeva la propria terra lanciando pietre contro i carri armati italiani. 1.600 monaci massacrati Dopo che gli abissini riuscirono ad abbattere un aereo italiano, ne torturarono e decapitarono il pilota, la vigilia di Natale il generale Graziani inviò su di loro tre cacciaCaproni 101 bis carichi di bombe all’iprite e al fosgene, bombe che scoppiavano a 250 metri d’altezza per amplificare l’effetto del gas che lo stesso Mussolini in un telegramma aveva autorizzato ad usare come estrema ratio. In 5 giorni vennero lanciati 125 ordigni. La comunità internazionale costrinse il duce a smettere quel tipo di bombardamenti, che tuttavia Graziani riprese anche il 30 dicembre sul fronte nord dove gli italiani intenzionalmente colpirono un ospedale della Croce Rossa svedese. Come viceré d’Etiopia, Graziani allestì lager e forche e la repressione italiana fu brutale, come mostrano le foto di nostri soldati che esultano accanto ai cadaveri penzolanti dei ribelli, impugnano a mo’ di trofeo le loro teste mozzate o le gettano nelle ceste. Si sa che molti prigionieri vennero anche lasciati cadere dagli aerei, molto prima quindi di quel che avvenne in Argentina con i desaparecidos uccisi dal regime fascista tra il 1976 e il 1983. Nel 1937 durante una pubblica manifestazione culminata con l’elemosina fatta da Graziani a poveri e capi tribù, il viceré fu oggetto di un attentato. Una delle 5 bombe lanciategli contro gli provocò 350 ferite. L’attentato proseguito a colpi di mitragliatrice, causò 7 morti e 50 feriti e fu l’inizio di una dura rappresaglia che dai primi 300 etiopi uccisi indiscriminatamente sul luogo dei fatti portò alla morte di moltissimi altri (3.000 secondo gli inglesi, 30.000 secondo gli etiopi, 300 per gli italiani). Guarito, il generale Graziani ordinò il massacro al monastero ortodosso di Debre Libanos, ritenuto rifugio temporaneo degli attentatori: morirono 1.600 tra monaci e giovani catechisti, vescovo compreso (secondo le ultime ricostruzioni degli storici Angelo Del Boca, ma soprattutto dei colleghi inglese Ian L. Campbell ed etiopicoDegife Kabré Sadik). I due storici stranieri sono recentemente andati a caccia delle prove di quella rappresaglia, trovando i resti dei monaci e uno scampato alla rappresaglia. I monaci, secondo le testimonianze raccolte, vennero spinti sull’orlo di un burrone nella gola di Zega Weden, schierati in fila davanti al baratro e uccisi a colpi di mitragliatrice: man mano che cadevano, gli ascari dell’esercito italiano li gettavano nel crepaccio. Campbell e Sadik hanno parlato con chi scampò all’eccidio fingendosi morto: aveva 14 anni. Scendendo nella gola sono stati trovate le ossa dei religiosi assassinati da Graziani che sull’eccidio non ebbe mai ripensamenti: per lui fu un romano esempio di pronto, inflessibile rigore. É stato sicuramente opportuno e salutare. E aggiunse: Non è millanteria la mia quella di rivendicare la completa responsabilità della tremenda lezione data al clero intero dell’Etiopia con la chiusura del convento di Debre Libanos. Angelo Del Boca commenta: Sono stati martiri giovinetti che la cristianità non ricorda e non piange perché africani e diversi. In seguito le rappresaglie si indirizzarono su migliaia di indovini e cantastorie, rei di profetizzare la fine della dominazione italiana. Dopo alterne vicende politico-militari,Graziani fu ministro della Difesa della Repubblica Sociale Italiana. Arresosi agli americani aMilano, finì in Algeria in un campo di concentramento da dove passò nel carcere di Procida. Per reati compiuti durante la RSI lo condannarono a 19 anni, ma 17 gli vennero abbuonati e nel 1953 divenne presidente onorario del Movimento Sociale Italiano, morendo a Roma come uomo libero nel ’55. Questo eroe della patria (di cui dovremmo sentirci orgogliosi?) oggi ha il suo monumento pagato dalla collettività. Chissà se il Vaticano, che ancora dovrebbe piangere i suoi martiri massacrati per aver fatto il loro dovere di cristiana accoglienza, ha protestato. Dall’Etiopia un appello: quel monumento ricordi le vittime del fascismo Il 30 agosto 2012 la rivista Ethiopian Review ha lanciato un appello perché il governo italiano e il sindaco di Affile si scusino con l’Etiopia per questo gesto di profanazione delle vittime; chiede anche di rimuovere il memoriale, destinandolo invece a tutte le vittime del fascismo: italiane e africane. Mille firme raccolte solo il primo giorno. Nel documento si ricorda che Rodolfo Graziani in Etiopia in soli 3 giorni (febbraio 1937) uccise 30.000 civili, fece cospargere le case di benzina e le diede alle fiamme; i soldati italiani posarono per le foto sui cadaveri; e in maggio 3.000 intellettuali copti furono assassinati dai soldati del regime fascista.

Fonte: http://robertobrumat.wordpress.com

http://www.prcgermania.de/2012/08/31/graziani-il-macellaio-detiopia-ha-il-suo-monumento/

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